Una vita da non vivere – Parte 3

 8

Lorenzo e Margherita avevano portato avanti un matrimonio combinato dalle loro famiglie.

All’epoca, purtroppo, nessuno aveva avuto il coraggio di impedire quello scempio che sarebbe costato caro a entrambi.

Soprattutto ai nervi di Margherita.

Non aveva mai amato suo marito, e lui non l’aveva mai amata.

Tutto ciò che aveva avuto dalla vita era ingiustizia.

Tutto, tranne Mimmo.

Il suo bambino adorato era la cosa più bella che potesse immaginare nel mondo.

Solo con lui riusciva a mandare avanti le giornate senza l’aiuto dell’inerzia.

Quando suo marito imponeva al bimbo quelle due settimane di campeggio, soffriva con lui e non vedeva l’ora che tornasse a casa per ricominciare a vivere serenamente.

In questo sconfinato amore, Margherita pensava solo a sé stessa.

Quell’affetto accecante non le faceva vedere l’enorme egoismo che si nascondeva nel suo essere madre.

E così, giorno dopo giorno, aveva abusato della vita di suo figlio per lenire il dolore della sua, e gli aveva impedito di crescere.

L’aveva legato a sé con un filo soffocante e invisibile, per non farlo scappare. Un filo da cui Mimmo non sarebbe riuscito a svincolarsi.

A parte le buone maniere, non gli aveva insegnato nulla. L’aveva trattato ogni giorno come un bambino, per dare un senso alla sua vita di madre a tempo pieno.

E così, non appena Mimmo si allontanava da lei, non appena lo vedeva crescere, gli regalava pacchi di sensi di colpa.

Quando, nel corso della pubertà, aveva provato ad avvicinarsi alle ragazze come facevano Nicola e Alessandro, sua madre gli aveva dato mille commissioni da fare per tenerlo lontano da qualsiasi altra figura femminile.

E se, ogni tanto, ne portava una a casa per fargliela conoscere, lei la trattava con un atteggiamento altezzoso e, appena usciva dal portone di casa, elencava a suo figlio tutti i difetti di quella “poco di buono”.

E lui sperava, in fondo, che alla fine ci sarebbe stata una ragazza, quella giusta, su cui sua madre non avrebbe avuto niente da dire.

La ragazza perfetta.

Prima o poi l’avrebbe trovata.

9

Mimmo aveva diciannove anni quando chiuse i rapporti con sua sorella.

Francesca viveva a Londra ormai da tanto tempo. L’aveva aspettato a lungo, sperando che un giorno sarebbe scappato da quella famiglia disastrata.

Non appena aveva capito che razza di scenario fasullo si erano costruiti i suoi solo per mantenere la reputazione nel paese, era nato in lei il desiderio di fuggire. Non avrebbe mai potuto assistere tutta la vita alla recita di due persone che fingevano di amarsi.

La cosa le dava il ribrezzo.

Ma suo fratello, al contrario di ciò che lei si aspettava, vedeva le cose in modo molto diverso.

Se quella situazione esisteva non era mica colpa dei suoi genitori. Semmai, era colpa dei suoi nonni. E quindi il suo compito – il compito di un buon figlio – era quello di lenire il dolore di sua madre; una ferita che, al contrario del padre, era ancora visibile per Margherita.

“Povera mamma” – aveva detto Mimmo alla sorella durante una delle loro telefonate.

“Macché povera! E’ che non ha gli attributi! Io fossi stata in lei sai da quanto tempo me ne sarei andata? Anni! Anzi, non avrei mai accettato un matrimonio del genere e sarei fuggita prima! E te poi? Mi spieghi come mai sei ancora a casa dei tuoi alla tua età?”

Francesca aveva preso il suo carattere pepato dalla famiglia di suo padre. Lei e suo fratello erano il bianco e il nero.

“Checca, sei troppo cattiva. Se sta male poverina bisogna starle accanto, mica posso andarmene via così di casa no?”

“Cazzo, Mimmo! Hai diciannove anni, sei adulto! Fatti la tua vita e basta, senza troppi pensieri. Guarda che quella ti tiene legato a vita se gliene dai l’occasione! Poi non te ne liberi più!”

“Senti, non stai a Londra? E allora pensa ai cazzi di Londra! Ma che cavolo vuoi da me?”

“Ok, fai come ti pare. Ma se tra dieci o vent’anni ti ritrovi come una specie di larva al servizio di tua madre, io non ti salvo davvero!”

“Vaffanculo Francesca”.

Non si erano più parlati.

10

Enrico Giomi aveva scelto la specializzazione in pediatria.

Nemmeno lui sapeva perché.

Forse un bravo psicologo, quello da cui non sarebbe mai andato, avrebbe saputo dirglielo.

Gli avrebbe detto tante cose che gli sarebbero servite a togliersi quella benda sugli occhi, quella che portava ogni giorno con ostinazione. Ma non c’era niente che invogliasse il grigio dottore a scoprire qualcosa in più di sé stesso.

Nemmeno quel tic schizofrenico di cui tutti sghignazzavano lo portava a porsi qualche domanda.

Si crogiolava nell’oscurità come i prigionieri del mito della caverna di Platone. Viveva in un mondo di ombre. Ed era felice di stare così.

Il Giomi amava il suo mestiere perché ogni volta che indossava quello stetoscopio freddo, nel suo cuore volava una vampata di calore.

Visitando quelle piccole creature, tornava piccolo anche lui per qualche ora.

Vedeva nei suoi pazienti ciò che lui era stato, e coltivava così il suo lato infantile, ancora presente in quell’uomo grande e maturo.

Inconsciamente, il dottor Giomi proteggeva con la sua maschera quella parte così delicata di lui che era parte integrante del suo carattere.

Un’anima da bambino.

Per questo i suoi rapporti con l’esterno erano pari a zero e si ostinava ancora ad abitare nella casa della sua infanzia.

In via Cairoli 8.

11

La madre di Enrico Giomi, detto Mimmo, era morta il 9 marzo 1975. Un brutto tumore al seno se l’era portata via.

Francesca, la sua primogenita, era stata travolta da un dolore lancinante non appena aveva avuto la notizia. Ma in nome dei vecchi rancori, non si era presentata al funerale.

Ormai, la sua vita era a Londra.

Enrico, il suo piccolino, non aveva mai cercato quella ragazza perfetta.

Dopo quella tragedia improvvisa, aveva capito che sua madre era insostituibile.

Si era dovuto abituare alla solitudine come ci si abitua a un pezzo di ferro in gola. Quella solitudine che ogni volta gliela faceva pagare; che lo strozzava, lo informicolava, lo faceva tremare.

Ma ci si era abituato.

E ora viveva nell’alone dei ricordi, in una perenne lotta contro il futuro.

Era lì che voleva restare. Lì, tra le braccia di sua madre. Voleva una storia da ascoltare per addormentarsi. Voleva cadere in quel sonno profondo conciliato dalla tranquillità che non aveva più avuto.

Voleva non essere mai cresciuto. Accarezzare ancora il viso di sua madre.

Nessuno, di fronte al dottor Giomi, sarebbe mai riuscito a decifrare l’enigma delle sue rughe profonde. Quelle rughe disegnate dal tempo sul viso di chi si ostina a non crescere.

Nessuno, nemmeno lui, si sarebbe mai reso conto, che proprio quell’amata madre egoista l’aveva condannato per sempre a una vita da non vivere.

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