Una vita da non vivere – Parte 2

 5

Si svegliò di soprassalto, col cuore che gli batteva all’impazzata.

Quel cuoco che vendeva i coltelli in televisione urlava a più non posso un numero di telefono e chiedeva con un sorriso brutto e grande come una casa di affrettarsi a chiamare per non perdere l’ultima occasione.

Guardò la sveglia, erano le sette. Spostò il cuscino umido in terra: era vergognosamente madido a causa dei rivoli di bava che aveva perso durante il sonno.

Accese lo stereo, si infilò sotto la doccia, e dopo essersi insaponato restò lì, immobile, inspirando ed espirando, con una canzone di Ligabue in sottofondo.

“Una vita da mediano, da uno che si brucia presto, perché quando hai dato troppo devi andare e fare posto…”

Era uno di quei pezzi che gli mettevano il buonumore.

Aveva una grande passione per quel cantante correggese. A volte si sentiva fuori luogo, alla sua età, ad avere i cd masterizzati del Liga. Eppure la filosofia che aveva trovato in quelle canzoni non l’aveva mai conosciuta con altri artisti. Qualche sua canzone a volte lo tranquillizzava, qualcun’altra gli dava energia, ma la cosa più bella era che tutti quanti quei pezzi musicali li sentiva suoi. Gli sembrava quasi che parlassero di lui.

Proprio per questo, ogni mattina, il dito passava dal play dello stereo alla manopola della doccia.

E così iniziava una nuova giornata.

La musica lo aveva aiutato tanto in passato, quando era stato male. Appena quello strano malessere si impossessava della sua mente accendeva la radio in cerca di qualcosa che lo tranquillizzasse. In certi casi non era facile compiere questa operazione, perché in quei momenti i piedi gli si contraevano e cominciavano a formicolargli per parecchi minuti, e ad alzarsi aveva immediatamente una brutta sensazione di mancamento: la testa gli girava tantissimo e gli occhi gli permettevano di vedere solo il nero dei suoi pensieri.

Così, se ne stava fermo nella paura della sua vita, finché i sintomi non miglioravano.

Ancora una volta, aveva la sensazione di morire, di affogare, di marcire lì dov’era.

Senza che nessuno se ne accorgesse.

6

Francesca era la sorella maggiore di Mimmo.

Riguardo a lei, Margherita diceva di non aver avuto molta fortuna: a soli dieci anni, quando Mimmo non era ancora nato, aveva già manifestato la sua voglia di indipendenza, marinando la scuola in continuazione e opponendosi a ogni tipo di obbligo che le veniva imposto.

Le stesse mura che Mimmo diceva tanto di amare, lei le aveva sempre odiate e non si vergognava a dire, nemmeno davanti ai suoi, che sognava il giorno in cui sarebbe diventata libera.

Adesso la Checca – così veniva chiamata dagli amici – di anni ne aveva diciotto, e aveva già trovato il modo di farsi strada nel campo della vita.

Lavorava come parrucchiera in un piccolo negozio del paese, e si era trasferita a casa di una sua cara amica appena raggiunta la maggiore età.

Nonostante la sua bellezza, di fidanzati non ne aveva; ma in realtà nemmeno ne voleva: il suo sogno, infatti, era sempre stato quello di partire con lo zaino in spalla per girare il mondo da sola.

Non c’era niente che la tenesse legata a quella città insulsa: ne avrebbe certamente trovate di migliori in quel tragitto tanto agognato.

Non le sarebbe dispiaciuto nemmeno lasciare la famiglia. Anzi, era proprio da quella che fuggiva.

Si sentiva stretta in quella casa afosa, opprimente, fatta di finzioni e bugie. La sua infanzia era stata felice, quello non poteva negarlo; ma non appena aveva capito cosa succedeva dietro le quinte di quella casa, allora sì che era nata in lei una voglia gigantesca di fuggire.

Con i suoi genitori il rapporto ormai si era deteriorato: sua madre era la classica donna di casa, con la mania dell’ordine e le paure fino al collo. Lorenzo, suo padre, era un lavoratore incallito con la passione per la pesca, e a casa non si vedeva quasi mai.

Lei, in quella casa, si era sentita sempre la “diversa”: odiava l’ordine e la puzza del pesce.

L’unico che si salvava in quella famiglia, era Mimmo.

“Povero fratellino” – pensava sempre la Checca.

Lo vedeva come un minuscolo topolino intrappolato nelle grinfie dei suoi genitori. Lui non aveva ancora capito tante cose. Era ancora troppo piccolo.

Forse un giorno, quando sarebbe cresciuto, gliele avrebbe spiegate lei, o forse le avrebbe capite da solo e ne avrebbero parlato insieme; forse anche lui avrebbe avuto la sua stessa insofferenza e sarebbe scappato da lei.

Lei, quella diversa. L’incompatibile.

Sarebbe partita per scoprire il mondo, non appena avesse avuto i soldi giusti, era questo il suo unico obiettivo. Avrebbe cercato una casa abbastanza grande per ospitare Mimmo e atteso il giorno in cui anche lui si sarebbe ribellato e avrebbe lasciato quei due rompiscatole egoisti senza voltarsi indietro.

Sì, sicuramente sarebbe andata così.

7

Era la sera del 9 marzo 1975 quando il primo attacco di panico lo colpì.

Il giovane Enrico era solo, seduto sulla poltrona, cercando invano di scrollarsi quella terribile giornata di dosso.

Improvvisamente, una sensazione di paura e orrore lo avvolse.

Non respirava, e una fitta di tachicardia sembrava volerlo stroncare senza motivo.

No, non respirava. O almeno questo gli diceva il suo cervello.

Era come se una campana di vetro si fosse messa sopra di lui a rubargli l’aria per fargli del male.

All’altezza del petto, sentiva alternare brevi momenti di smarrimento e infiniti attimi di agonia.

Agonia.

Quella sensazione impietosa che ti spacca lo stomaco senza chiedere. Che penetra tagliente nelle ossa più nascoste, ossa che non avresti mai immaginato di sentire.

Corse al bagno per vomitare tutto ciò che aveva dentro.

Niente.

Si toccò lo sterno più volte, facendo pressione, nel tentativo di darsi sollievo, di liberarsi da quel macigno che gli si era piantato lì in mezzo al cuore.

Sudava come un matto.

Forse era matto.

Si sciacquò la faccia per mandar via quel quarto d’ora di orrore.

Un orrore che si sarebbe ripetuto più volte negli anni a venire.

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