Una vita da non vivere – Parte 1

1

Era ruvido di freddo quel cappotto di lana spenta.

Lo era quasi quanto le viscere di chi lo indossava: un uomo grigio, dai capelli stanchi, ansioso e dal cervello occupato.

Il lavoro gli era entrato nelle vene con la stessa lentezza di una malattia terminale e, giorno dopo giorno, si portava via preziosi lembi di pelle viva.

Come ogni mattina, il dottor Giomi si incamminava per andare a lavorare. Non era molta la distanza tra la sua casa e il suo studio, ma quel giorno la fastidiosa neve che si era appiccicata per terra trasformava in fatica ogni consueto movimento.

Stava attento a non scivolare il dottor Giomi, che ai piedi aveva le solite scarpe di cuoio lucido e addosso un completo nero in giacca e cravatta.

Era incurante del meteo, il pallido dottore.

Era incurante di chi lo osservava, di chi parlava di lui.

Ma soprattutto, era incurante di sé stesso.

Aveva cinquantacinque anni Enrico Giomi; fumava come un turco sigarette morbide e batteva continuamente le ciglia. Quel tic si era innescato nelle sue palpebre improvvisamente qualche anno prima, senza nessuna spiegazione valida. Certamente non era niente di grave, ma questa piccola stranezza era bastata per cambiare il suo soprannome da “Il Giomi” a “Il dottor intermittenza”.

Fortunatamente, lui questo lo ignorava.

Non stava simpatico a molti, il dottore. E non perché non fosse simpatico davvero, ma perché nessuno, in fondo, lo conosceva bene.

“Un uomo inavvicinabile” lo definivano quei suoi coetanei che giocavano sempre a poker lì al circolo. E in effetti, era proprio così.

Come tutte le persone più conosciute in paese, il dottor Giomi era uno degli oggetti di discussione più in voga tra i pettegoli. Nei bar e nei circoli si parlava spesso di quel medico così bravo e allo stesso tempo così misterioso. Ciò che però non smetteva di destare stupore era il fatto che un uomo così colto e brillante, seppur un tantino strano, non avesse ancora trovato una compagna.

A essere sinceri, a Enrico Giomi non mancava niente. Era bello, colto, gentile, e quel suo ossimoro di ruvidità e dolcezza aveva decisamente qualcosa di intrigante. Qualcuna tra le donnicciole più frivole del suo piccolo paese aveva addirittura osato paragonarlo ad Harrison Ford.

Ma lui Harrison Ford non ci si sentiva proprio.

Si sentiva goffo, impacciato, e proprio per questo impiegava tutte le sue forze per costruirsi addosso una maschera indelebile.

Alle donne il dottor Giomi ci pensava il giusto; l’unica cosa veramente importante per lui era far bene il suo lavoro.

Aveva iniziato a studiare medicina subito dopo il liceo classico e, alla fine di una lunga specializzazione, era diventato pediatra.

Amava i bambini, la loro innocenza immacolata, il loro bisogno di protezione. In quel mondo così sporco, quelle piccole creature erano l’unica cosa che riusciva a dargli ancora il sorriso.

Aveva studiato con passione, senza sosta, per arrivare a fare ciò che amava. E adesso, dopo quasi venticinque anni di carriera, era come se tutti i suoi interessi si fossero condensati in quello stetoscopio che portava sempre intorno al collo.

Andava a lavoro, il dottor Giomi, ogni giorno alle otto in punto.

Ci andava a piedi con quella marcia veloce e scattosa di chi deve andare in bagno.

La sua singolare stranezza gli scolpiva addosso un’aurea tanto immaginaria quanto impenetrabile.

Nessuno, di fronte al dottor Giomi, sarebbe mai riuscito a decifrare l’enigma di quelle rughe profonde.

2

Il piccolo Mimmo abitava in via Cairoli 8, in un minuscolo paese vicino Firenze.

Era ritenuto da tutti un bambino estremamente buono.

Non era molto sveglio, ma di sicuro, a soli otto anni, poteva considerarsi molto intelligente.

I suoi voti a scuola erano altissimi e le maestre gli davano sempre dei premi che portava a casa con orgoglio.

Aveva pochi amici, pochi ma buoni. Si chiamavano Nicola e Alessandro.

Erano molto diversi da lui, nonostante giocassero spesso insieme.

Loro, per esempio, amavano andare in vacanza.

Fare le valigie, salire in macchina e lasciare per qualche settimana quel territorio di monotonia per scoprire qualcosa di nuovo.

Mimmo, al contrario, riteneva quella pratica socialmente accettata una cosa terribile.

Non concepiva, nella sua testolina, quello strano obbligo di dover lasciare la propria casa una volta all’anno.

“Che bisogno c’è di allontanarsi da dove si sta bene?” – si chiedeva.

Eppure, quella tragedia gli toccava ogni estate.

Ogni agosto, senza troppe storie, veniva spedito in campeggio con un bacio sulla fronte e un borsone troppo grande per la sua corporatura gracile.

Da lì partivano le due settimane in cui – già lo sapeva – si sarebbe annoiato a morte. Soffriva tutta la vacanza di un magone indigesto che gli ricordava casa sua, il posto dove voleva essere.

Ogni sera, senza farsi vedere, si infilava nella sua tenda e, con la testa sotto il cuscino, cominciava a piangere, contando mentalmente i giorni che avrebbe dovuto ancora sopportare prima di ritornare a casa.

Poi, le volte in cui non riusciva a dormire, si metteva a leggere con l’aiuto della sua torcia; anche se ormai era grande, gli piacevano ancora quei libri sulla natura, pieni di immagini, che gli avevano regalato da piccolo.

E così leggeva e osservava, fino allo sfinimento.

E sognava ancora una volta di essere a casa sua.

3

Barcollava, il dottor Giomi, su quel marciapiede tappezzato di neve. Tra una telefonata e l’altra, le due parti del suo vero essere si mostravano: il tono fermo e sicuro di un medico che sa quello che dice, il cuore ossessionato dalle palpitazioni che diventano sempre più veloci.

Erano molti i sintomi che il dottor Giomi diagnosticava su di sé: gola chiusa, respiro affannato, tremore alle gambe, sensazione di nausea costante. A volte, alla sera, un leggero e inquietante formicolio si impossessava della parte destra della sua testa senza una precisa spiegazione. Ogni volta, quella sensazione lo affliggeva; sentiva che qualcosa sotto i capelli brizzolati non andava.

Aveva paura di diventare pazzo.

Aveva paura di morire.

Che gli sarebbe venuto un infarto, sarebbe caduto a terra e sarebbe morto.

Da solo.

Che l’avrebbero ritrovato nella sua casa vecchia, disordinata.

Morto.

Conviveva con i suoi sintomi, il dottor Giomi.

Ogni sera, tornando da lavoro, affogava di terrore sapendo che quelle sensazioni sarebbero tornate ancora.

E ogni volta impazziva, nel tentativo di scrollarsele di dosso.

Cercava, in quella testa confusa e ansiosa, un modo per tranquillizzarsi.

Accendeva una sigaretta, poi un’altra, e un’altra ancora.

E quando il cuore sembrava esser diventato matto, nonostante l’effetto soporifero che gli faceva la nicotina, si metteva a fare zapping davanti alla televisione, finché non trovava qualche documentario.

Era sempre stato innamorato dei documentari: avevano l’assurdo potere di ipnotizzarlo. La passione per gli animali se la portava dietro fin da piccolo: all’età di dieci anni, dopo lunghe implorazioni ai suoi genitori, era riuscito ad avere il permesso di prendere un cane.

Era un bassotto piccolo e tozzo, se lo ricordava ancora. L’aveva chiamato Tappo. L’unico cucciolo della sua vita.

Tra il respiro affannoso e le palpitazioni che ancora sentiva impazienti, quell’immagine lo scosse ancora di più.

Quanto avrebbe voluto tornare indietro, con Tappo e la sua amata famiglia…

Affondò la testa nel cuscino e alzò il volume della televisione, per coprire i suoi pensieri.

Tra i safari africani e gli strani accoppiamenti degli squali, si addormentò finalmente, esausto, sul suo divano logoro.

 4

Il piccolo Mimmo salì sulle gambe della mamma.

Quel contatto ogni volta gli dava una sicurezza inebriante.

Era in quello sguardo materno che trovava veramente la pace dei sensi.

Il campeggio ormai era finito e ora si sentiva sereno, felice, tranquillo come ci si sente in un paradiso terrestre.

Gli piaceva stare con sua madre. Era protettiva, sempre gentile con lui che era il più piccolo di casa. Ma soprattutto gli piaceva stare tra quelle antiche mura, quelle mura in cui era nato tra le urla deliranti di chi si affatica a creare la vita, quelle mura in cui aveva imparato a camminare, ad amare, a giocare, a crescere; quelle mura che sapevano tutto di lui, e di cui Mimmo conosceva ormai anche le crepe più nascoste.

Se ne stava spesso a sedere in terra nel mezzo della sala da pranzo dove amava montare e smontare i pezzettini colorati della Lego. A volte, in mezzo a quel tavolo così grande e rotondo, si stringeva tutte le sedie intorno per creare quello che credeva essere un nascondiglio perfetto.

Margherita, sua madre, lo assecondava sempre nei giochi, e anche se quelle piccole gambe bianche e ossute si intravedevano sempre da sotto il tavolo, lei faceva finta di non vederlo e iniziava a chiamarlo a gran voce, chiedendosi dove fosse, cosa che faceva ridere Mimmo come un pazzo.

La sera, Margherita, lo metteva a sedere sulle sue ginocchia e gli leggeva qualche storia tra le sue preferite. Sapeva che Mimmo in realtà stava crescendo a vista d’occhio, ma cercava di non pensarci, trattandolo allo stesso modo di sempre.

Quella sera era la volta di “Pinocchio”.

Mimmo si accomodò per bene col sedere e aspettò che il racconto iniziasse. Se la ricordava benissimo la storia di quel burattino di legno che diventa un bambino vero, l’aveva ascoltata già un miliardo di volte; ma quell’appuntamento fisso con la mamma era troppo importante per lui. Ormai, riusciva ad addormentarsi solo in questo modo.

Dopo poche pagine, Mimmo chiuse gli occhi e allora Margherita lo prese in collo e lo portò nella sua cameretta.

Scostò le lenzuola fresche e lo mise nel lettino con la stessa delicatezza di chi ha tra le braccia un paniere d’uova; gli rimboccò le coperte e lo guardò per qualche secondo, pensando a quanto fosse meraviglioso essere la madre di un bambino così obbediente.

“Mamma” – disse Mimmo nel dormiveglia.

“Shhh tesoro, dormi” – rispose Margherita.

“Mamma… mamma… quando torna la Checca?”

Il cuore di Margherita per un attimo si fermò.

Passò la mano sulla trapunta, come a toglierne le pieghe.

Poi accarezzò la guancia calda di Mimmo, spense la luce e uscì dalla stanza di fretta, nascondendo le lacrime.

…Continua Sabato 12 Gennaio 2013

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