“Una Cenerentola a Manhattan” – Intervista a Felicia Kingsley

Felicia Kingsley è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017. Stronze si nasce è stato nella classifica dei bestseller per settimane. Una Cenerentola a Manhattan è il suo terzo libro.

Ciao Felicia, benvenuta! L’8 novembre è uscito il tuo ultimo romanzo, “Una Cenerentola a Manhattan”, edito Newton Compton Editori. Quando ti è venuta in mente questa storia per la prima volta?

Ciao Giulia e Calimero (e Gatta innominata), grazie mille per l’intervista. 

L’idea è partita da un giro larghissimo. Riflettevo con un’amica sull’ossessione del millennio, quella del diventare famosi, solo essere famosi (e di personaggi famosi senza alcun apparente motivo ne conosciamo a bizzeffe), di tanti aspiranti influencer del nulla (quelli che postano selfie nudi in bagno scrivendo sotto improbabili citazioni di Leopardi) e mi sono trovata a dire: “Nel 2018, le sorellastre di Cenerentola sarebbero così: ossessionate dal diventare famose, in cerca di approvazione di sconosciuti pur essendo prive di qualsivoglia capacità, competenza e talento”, e da lì è partito tutto. Ho iniziato a immaginare Riley come una ragazza cazzuta (passami il termine), disincantata, con obiettivi concreti di realizzazione personale e soprattutto disinteressata al famoso quarto d’ora di celebrità.

Quanto hai impiegato per la stesura del romanzo?

Da quando l’ho iniziato a quando l’ho finito, cinque mesi, sei con la rilettura e la revisione delle mie preziose beta-reader, ma calcola che non ho scritto tutti i giorni per sei mesi. In quel caso ci avrei messo meno, ma non è detto che io abbia le idee chiare tutti i giorni.

Come mai hai scelto di ambientare la storia proprio a Manhattan? È un luogo a cui sei legata?

“Una Cenerentola a Manhattan” prende le mosse dalla favola e come ogni favola è densa di coincidenze, casi del destino, e sogno. Quindi, dovendo scegliere una città in cui tutto fosse possibile, un sogno ad occhi aperti, la scelta è caduta subito su New York. Non c’erano alternative.

Come direbbe Alessandro Borghese: “Voto lochessssscion: diesci!”. E poi, “Una Cenerentola a Romazzo sul Po” sarebbe stato troppo indie. 

Quanto è stato divertente rielaborare una favola classica e renderla tua?

Da una parte ho scatenato la fantasia, andando a ruota libera, quindi tanto divertimento, tanto gioco e follia sparsa; dall’altra dovevo sempre tenere alta l’attenzione per rimanere su una linea parallela alla storia originale, senza cadere nella copia pedissequa (che nel 2018 sarebbe anacronistica) o nella snaturazione totale. Spero di esserci riuscita.

Lo scorso febbraio è uscito un altro tuo libro, “Stronze si nasce”. In cosa differisce la tua ultima storia da questa appena pubblicata?

“Stronze si nasce” è l’insieme di esperienze personali e di amiche, assemblate e romanzate, quindi ha una genesi opposta a “Una Cenerentola a Manhattan”, che è favola pura. I personaggi di “Stronze” hanno un mare di difetti evidentissimi e la loro umanità è il tratto che li distingue. Commettono errori (come noi), sbagliano e decidono di pancia, tutti, non ci sono santi.

In “Cenerentola” abbiamo dei personaggi i cui difetti sono meno marcati, per non andare a sporcare l’atmosfera di sogno che comunque bisogna sempre lasciare percepire a chi legge, in un tipo di romanzo che strizza l’occhio alla fiaba. 

Riley è una Cenerentola moderna, che non perde mai di vista i suoi obiettivi e lotta per raggiungerli, nonostante le angherie della matrigna e delle sorellastre. Ci racconti come hai costruito questo personaggio e quali differenze hai deciso di inserire per modernizzare la favola?

Partiamo dalle differenze: io dovevo avere una protagonista che fosse figlia dei nostri tempi, quindi non poteva essere una sguattera di casa che strofina i pavimenti con la spazzola di crine. Ho pensato alla condizione lavorativa di molti giovani d’oggi: laureati a pieni voti, iperqualificati, ma che finiscono a fare i galoppini in uffici in cui gli viene ricordato perennemente che “Eh, devi fare la gavetta”, sopravvivendo per anni a contratti a rinnovo mensile, senza stipendio perché “Stai ancora imparando”, con un rimborso spese misero perché “Sai, l’azienda ha pochi fondi”… e poi, magari, vengono affiancati come assistenti a Gian Lupo Maria Balotti-Sprazzi, figlio dell’assessore Balotti-Sprazzi, tre anni fuori corso a giurisprudenza (in una università on-line, per giunta), il cui massimo contributo all’azienda, che lo ha rivestito della carica di associato junior, è scaccolarsi con la punta delle matite.

Questo è un quadro estremo, ma rende l’idea. Riley è così: brava, competente, preparata e responsabile, ma costretta a fare da scendiletto (lavorativamente parlando) a sorellastre e matrigna. 

Poi c’era la questione “principe”. Nel 2018 non volevo una donzella da salvare, strappata a un triste destino di serva dall’uomo che le infila un anello al dito. Volevo una ragazza con dei forti obiettivi motivazionali, che si salva da sola. Il principe c’è, ma è un complice, non un salvatore.

Il principe azzurro è un uomo molto ambito che per la prima volta sente di provare qualcosa di più per una donna. Una cosa buffa che ho notato è che lei fin da subito lo soprannomina “il pirata”, figura che da sempre è opposta a quella del principe. C’è un motivo preciso per cui hai fatto questa scelta?

Eh, è il fascino del lato oscuro della forza. La verità è che la colpa è tutta mia, non mi piacciono i personaggi troppo perfettini, troppo angelici, non mi fanno scattare la scintilla. E poi, Riley è una tosta, mi serviva qualcuno in grado di tenerle testa, se no, sai che pizza? “Sì, tesoro”, “Va bene, tesoro”, “Come vuoi tu, tesoro”. No, mi si cariano i denti solo a pensarci.

Anche i personaggi secondari, come ad esempio Deva e Romeo, sono fondamentali in questa storia, e dimostrano che avere dei veri amici è sempre una grande fortuna. Scrivendo questo romanzo c’è un personaggio a cui ti sei affezionata di più?

Con Romeo ho dato sfogo al mio lato più caustico e pungente, mentre Deva era la fata madrina, non si poteva non metterla, però non posso proprio scegliere, sono legata a tutti allo stesso modo. 

Secondo te la donna di oggi è ancora un po’ la Cenerentola che aspetta il principe azzurro?

Io spero di cuore che nel 2018 non ci siano più donne in attesa del principe azzurro. Se così fosse, il rapporto sarebbe sbilanciato, lei avrebbe un ruolo passivo e dipendente, lui attivo e indipendente, mentre io sono dell’idea che in una coppia l’equilibrio debba essere paritario, non con un salvatore e una salvata. Altrimenti, se poi lui la lasciasse, cosa succederebbe? Che Cenerentola torna nella cenere. Non dobbiamo aspettare che qualcuno risolva le cose che non ci piacciono, dobbiamo cambiarle da sole. Se qualcuno ci dà una mano, è meglio, ma lo slancio deve partire da noi. La Cenerentola del 2018 è una donna volitiva e intraprendente.

Concludo con una domanda sul futuro: c’è un’altra favola che ti piacerebbe tramutare in romanzo?

Se volessimo fare un po’ di retrospettiva, ti direi che a livello di favole “Matrimonio di convenienza” ricalca per sommi capi “La Bella e la Bestia”: ragazza costretta a vivere in un castello, c’è; principe scorbutico, c’è; domestici che aiutano la Bella ad ambientarsi, ci sono; ostilità iniziale, c’è; conquista della fiducia c’è (nel mio romanzo, Jemma viene “attaccata” dagli aristocratici bon-ton come se fosse la preda di una caccia e Ashford la protegge; nella favola Disney, Belle viene aggredita dai lupi e salvata dalla Bestia); gesto di generosità che porta all’amicizia, c’è (Ashford invita i genitori di Jemma a vivere al castello, così come la Bestia regala a Belle la biblioteca)…. Potremmo continuare all’infinito.

Dopo Cenerentola, chissà… dipende dalle idee che mi verranno. Sempre se la Disney non decide di farmi causa! 

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