Serie tv – L’amica Geniale (Anteprima)

Fonte della foto: Coming Soon

Ho letto la saga de “L’amica geniale” due anni fa. Non mi sono innamorata subito della storia di Lila e Lenù: mi ha conquistata col tempo, come accade in certe relazioni, un libro dopo l’altro. Pian piano sono entrata a far parte anch’io di quel rione napoletano, sono diventata anch’io parte di quella terra a me sconosciuta e ho visto muoversi, attraverso gli occhi della protagonista, fili di vita vera, a volte così feroce da far scappare qualche lacrima.

Quando ho chiuso il quarto ed ultimo libro ho capito che, nonostante il mio umore avesse avuto alti e bassi durante l’intera lettura, una cosa era certa: quella storia sarebbe rimasta impressa dentro di me per sempre.

Sono pochi i romanzi che ci lasciano addosso questa sensazione: forse perché anche se sembrano apparentemente distanti da noi, scopriamo che al loro interno che qualcosa che, in fondo, ci somiglia molto. E’ la magia della lettura: ritrovare noi stessi in testi scritti da persone che non conosciamo e forse non conosceremo mai.

Quando annunciarono la realizzazione di una serie tv tratta dalla tetralogia rimasi perplessa: forse avevo solo paura di veder rovinato su pellicola un testo che avevo considerato così speciale. Non era facile realizzare una miniserie partendo da una saga così complessa.

E oggi il gran giorno è arrivato. Ho visto in anteprima al cinema le prime due puntate della miniserie e vi confesso che sono ancora emozionata.
Dopo due anni di totale assenza, mi sono ritrovata catapultata di nuovo in quel rione polveroso e ho finalmente visto in faccia Lila e Lenù. Non so dirvi se è così che me le ero immaginate. Forse no. Ma scoprirne i volti ha suscitato in me molte emozioni. Quando le ho viste ho realizzato che quello che avevo letto non era più solo nella mia mente: era davanti a me, aveva preso vita.

Le ambientazioni erano proprio quelle descritte, così come la mamma di Lenù e la maestra Oliviero. Quando ho visto quest’ultima ho quasi pianto: era proprio lei.

Ma passiamo alla storia, che poi è la cosa più importante. La serie, ben fatta, è rimasta fedele al primo romanzo (i primi due episodi equivalgono al primo libro) e vederla è stato forse ancora più crudele che leggerla.

Ho ritrovato il rione spietato che ricordavo, in cui sopravvivere non è facile. Soprattutto per due bambine. Ci sono regole non dette e non scritte, ci sono genitori che si sfogano sui propri figli con impeto animale, ci sono capi e succubi. C’è chi la solitudine l’ha tramutata in follia.

Una cosa che mi ha fatto pensare (e che mi aveva colpita tantissimo anche nel corso dei libri) è la voglia di studiare di Lila e Lenù. Un desiderio strano per quei tempi (siamo negli anni ’50) che viene malvisto dai genitori (una donna che vuole andare a scuola e non aiutare in casa?) e che mi ha portata ad una riflessione estranea alla storia in sé.

Le due bambine riescono a comprare una copia di “Piccole donne”: la leggono e rileggono, fino ad impararla quasi a memoria.  Sono assetate di conoscenza, ma ciò che il loro mondo gli offre è pochissimo. Studiare è un lusso che non tutti si possono permettere, e il destino di molti è quello di lavorare per tirare avanti, subito dopo la scuola elementare.

Allora ho pensato a quanto quello che era un prestigio, oggi sia diventato talmente accessibile da non essere più considerato importante. La medaglia si è rovesciata: adesso sono pochi quelli che vogliono davvero conoscere, sapere. Gli altri sono atrofizzati dagli schermi, o eccitati dalla frenesia che la società contemporanea ci impone. Ma lo studio, la lettura, l’averli troppo a disposizione, troppo a portata di mano, porta l’individuo comune, cito Ligabue, a guardarli “distratto, come fosse una moglie.” (“Buonanotte all’Italia”)

Ci ho pensato tanto. A quanto anch’io a volte rimandi determinate letture, o mi faccia fatica approfondire alcune cose. E mi dispiace, perché un tempo una Lila e una Lenù avrebbero guardato uno qualsiasi degli strumenti che abbiamo oggi come un negozio di giocattoli.

Forse è vero che le cose, per apprezzarle, bisogna perderle. O non averle mai avute.

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