Racconto – “L’esecuzione”

“Ripensaci”

È l’unica parola che mi esce fuori. È solo una, ma dentro c’è tutto.

Lui mi guarda con quegli occhi pieni di pena. Sul suo volto una smorfia di rammarico.

Non posso staccare lo sguardo dalla sua figura, ma al tempo stesso non la tollero. È piena di tutto ciò che prima non era. L’affetto, il calore, l’entusiasmo. L’amore.

Alza gli occhi al cielo. 

“Lo sai che ormai ho deciso”.

E per l’ennesima volta in due ore resto trafitta dalla mia nuova identità.

Sono qualcosa da eliminare, un fiore tramutato in un’erbaccia da strappare.

E dentro di me tutto è stato falciato via.

Affondo dentro stupidi sensi di colpa mentre i miei occhi si bagnano di paura.

La sua fronte si increspa, non vuole vedermi soffrire. Come accoltellare qualcuno e poi struggersi per la sua agonia.

Prende il casco e si avvicina appena. Mette una mano sulla mia mentre mi punta addosso i suoi occhi nocciola.

“Devo proprio andare”.

Sfila lentamente la sua mano accarezzando la mia pelle, come a disegnare un silenzioso addio.

I miei muscoli si attivano e la stringono forte, in un istinto di sopravvivenza.

Non voglio cadere in questo burrone.

Mi concede qualche secondo di vita in più, poi si stacca.

Infila la giacca di pelle e va verso la porta.

Provo a muovermi ma non ci riesco.

Con la mano sulla maniglia mi rivolge un ultimo saluto.

“Ciao piccola”.

In pochi secondi è fuori. La porta che sbatte è una ghigliottina che mi amputa.

Con le mani sul viso urlo la mia disperazione.

L’esecuzione è avvenuta.

*

Le storie che finiscono sono un lutto forzato che non ci trova mai pronti.

Ma, in fondo, come si può esser pronti a morire?

È questo che penso mentre aspiro la mia sigaretta.

Sono passati due giorni da quando Marco ha deciso di accartocciare la mia vita e buttarla nel cestino.

Scrollo la cenere fuori dalla finestra e con un gesto meccanico prendo il cellulare dalla tasca dei jeans. Nessuna nuova notifica. Apro Whatsapp, guardo il suo ultimo accesso. Due minuti fa.

Rimetto il telefono in tasca e sento di nuovo quella fastidiosa morsa alla bocca dello stomaco. È fame di amore.

Poi il cellulare squilla ed io sussulto. Spengo il mozzicone nel posacenere e riprendo subito quell’oggetto infernale.

Laura.

Dopo un attimo di delusione rispondo.

“Lau” – dico.

“Come stai?” – la domanda che non si dovrebbe mai fare.

“Sto”

“Senti, lo so che non volevi. Ma sono sotto casa tua.”

D’istinto mi guardo intorno. La casa è un casino. Io sono un casino.

“Sali.”

A passo svelto vado al citofono. Non sono arrabbiata. Sono quasi sollevata.

Apro il cancello condominiale e socchiudo la porta.

La verità è che non vedo l’ora di essere salvata.

*

Quando entra è bellissima come sempre. Riesce perfino ad illuminare questo ambiente zuppo di desolazione.

Quando mi guarda, un’espressione di stupore attraversa il suo volto. Dura un attimo, ma io la colgo. È preoccupata, lo so. Lo sarei anch’io se mi guardassi allo specchio.

Mi dà due baci sulle guance e ci sediamo sul divano. Il luogo del delitto, di cui io sono vittima e testimone.

“Ti va di raccontarmi cos’è successo?” – altra domanda che non vorrei sentire.

“È venuto qui l’altro giorno” – comincio – “e mi ha detto che non è più innamorato. Semplice”. Cerco di anestetizzare l’effetto che mi fa quella frase, ma non ci riesco.

“Ma non ha senso… così, dal nulla?”

Non posso spiegarle gli ultimi mesi di relazione, il suo cambiamento, le mie sensazioni. La paura di ammettere un sospetto, di indagarlo a fondo, di scoprire la verità.

“Sì, ha detto che ormai ha deciso.”

Mi accendo una sigaretta, un intercalare della mia sofferenza.

Laura fissa il pavimento, come intrappolata in un pensiero.

Adesso sono io a chiederle se va tutto bene.

Mi guarda con occhi colpevoli. Si torce le mani e se le mordicchia. Poi trova il coraggio.

“Vale” – mi guarda – “Marco ha un’altra.”

E la ghigliottina viene giù un’altra volta.

*

Il brutto dell’amore è che non sai mai quanto può manipolarti. È una dipendenza che può toglierti ogni certezza. Sai di averne così bisogno da difenderlo a tutti i costi. Anche dai tuoi stessi occhi.

Una donna sa sempre cosa sta succedendo. Ha molte armi per accorgersi se qualcosa non va. Ma è quando sa che perderà tutto che decide di non vedere.

Io, negli ultimi sei mesi, avevo minuziosamente selezionato, isolato ed espulso tutto ciò che la mia testa etichettava come pericolo.

È solo quando la tempesta finisce che guardi in terra i pezzi di te stessa e ti chiedi perché hai voluto ridurti così.

Come si fa anche solo a pensare di poter restare appesi ad un bordo?

Eppure l’ho fatto. Ci ho voluto credere, sapendo che stavo perdendo in partenza.

Ho ignorato quel sesto senso che mi diceva di darmela a gambe insieme alla mia dignità e sono rimasta in un bagno di umiliazione.

Noi esseri umani siamo capaci di tante cose, anche di farci del male.

Ma tra me e lui ho scelto lui.

Non so perché. Ma l’ho fatto.

E adesso guardo incredula i pezzi della mia dignità.

2 commenti

  • Bello il tuo racconto! Mi è piaciuto molto. Avrei voluto fosse più lungo, perchè con un ritmo così si divora d’un fiato.
    Anche l’idea di spezzaare così le scene è molto ben riuscita. Lascia intendere tutto quello che manca senza per forza raccontarlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.