Pausa Pranzo

Mi infilo sciarpa e cappotto. Oggi fa un freddo assurdo.

“Giada, che me l’ordini un’insalata greca per favore?”

“E a me un primo di carne!”

“Giada, tieni i soldi, mi compri le sigarette?”

Stavolta è toccata a me: la sfiga di quella che scende per prima a mangiare.

“Dio bonino, una per volta! Via su, mettetevi in fila, sono ai vostri ordini!” dico con un sorriso.

Prendo i soldi per le Malboro rosse mentre mi appunto mentalmente i piatti delle mie colleghe.

“A dopo!” urlo.

Saluto il ragazzo della portineria e scendo di fretta le scale: mezzora di pausa pranzo vola che è una meraviglia.

Esco dal portone principale e l’aria ghiaccia mi buca la pelle. Fortuna che il bar è proprio di fronte all’ufficio.

Attraverso di corsa la strada ed entro nel locale.

“Ciao Mario! Che ce l’hai un tavolo per tre?”

“Certo cara, prendi pure quello lì sulla destra”

“Bene grazie! Allora, vediamo… per me spaghetti zucchine e gamberetti, per la Laura un’insalata greca e per l’Irene tortellini al ragù”

“Perfetto, accomodati pure!”

Mi siedo al tavolo stanca e infreddolita. E’ stata una mattinata intensa, piena di cose da fare.

Prendo il cellulare dalla borsa e controllo le chiamate.

Non riesco a ricordare come facevo a ingannare il tempo quando gli smartphone non esistevano.

La porta del bar si apre e entrano le mie colleghe.

La Laura si siede accanto a me: “Che me l’hai ordinata l’insalata?”

“Diamine! Avevi dubbi?” – dico sarcastica.

Lei sospira.

“Ohioi figliole, oggi ho avuto da fare talmente tante cose che non so se arriverò viva a stasera”

“Bah un lo dire a me” – dice l’Ire – “con tutte le pratiche pallose che m’ha rifilato quella strega ci perderò ì capo!”

“Via su bimbe, forza e coraggio…” – dico – “tanto un ci si può fa’ nulla: finché un si trova un lavoro meglio l’è così”

“Eh lo so… maremma maiala però, su qui’ Prenet di Firenze un c’è mai una sega d’annuncio! Ma ti pare che dopo cinqu’anni di libri devo trovarmi solo offerte per sarta e stiratrice?”

“Oh nini” – dice la Laura – “ell’era chiaro che finisse così… tutti studiosi, tutti intelligenti, tutti professionisti… e a zappare chi ci va?”

“Parole sante!” – dice Mario

“A’ mi tempi un si stava miha dietro a codeste bischerate! Libri, università… ì mi’ babbo a tredicianni un sentì seghe: mi prese e mi mandò a lavorare! Così bisogna fare! Tutti questi intellettualoidi… ma icché faranno mi chiedo? C’ha ragione la signorina: un si può essere tutti avvocati, tutti professionisti… e ci vole chi suda! Che a’ capito Giacomino?” – dice al nipote, nuovo cameriere del locale – “La tu università e un ti porterà a nulla! Lavorare bisogna!” – e poi, rivolgendosi ancora noi – “Questo s’è messo a fare Biologia; ma a me vu m’avete a dire… ma pe’ fassene d’icché? Ai barre e deve stare, miha a studià le cavallette! Che a’ capito Giacomino?”.

Vedo il nipote che lo guarda fulminandolo: non mi pare molto d’accordo.

4 commenti

  • Brava! Hai reso proprio bene l’atmosfera fiorentina. In alcuni passaggi sembra proprio di sentir parlare quegli anziani, sai quello che dicono “andette” invece di andò..:-)
    Complimenti!

  • M’hai fatto morire.
    E sono d’accordo con Mario: troppe facoltà inutili, troppa gente che prende una laurea tanto per dir d’essere laureato… come se potesse, in tal modo, essere elevato dalla mediocrità dell’ uomo comune.
    Un saluto.

    • Mario, purtroppo per noi giovani laureati, dice tante verità. Sono contenta che tu abbia apprezzato il mio racconto: era la prima volta che scrivevo in dialetto. Grazie!

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