“La scrittura è alchimia”…e Marco Vichi è un genio

“La scrittura è alchimia”: queste le parole di Marco Vichi in una delle sue numerose interviste. Un concetto che fa totalmente parte del suo modo di vivere questa arte, e lo rappresenta a pieno. Un autore che ho avuto la fortuna di incontrare circa un anno fa e in cui ho trovato tante conferme nel mio modo di concepire la scrittura. Ma facciamo qualche passo indietro…


Ricordo bene l’incontro con Vichi, avvenuto a Viareggio durante il laboratorio di scrittura intitolato a Mario Tobino e creato da Divier Nelli. Il corso, a numero chiuso, prevedeva otto incontri con alcuni importanti autori italiani, ed era finalizzato ad avvicinare noi partecipanti al mondo della scrittura e dell’editoria. Prima di allora non avevo mai pensato di frequentare un corso del genere; d’altra parte, la scrittura non è una cosa che si può insegnare. O, almeno, così la penso io. Ma questo laboratorio sembrava diverso dagli altri, ed era strutturato in modo intelligente, senza la pretesa di “far imparare” ma con l’intento di “far conoscere”. Così, ho colto al volo l’occasione e, pochi giorni prima della scadenza (imparerete che sono una di quelle persone “al-l-ul-ti-mo-se-con-do”), ho inviato il mio racconto in allegato all’iscrizione. Un mesetto dopo è arrivata la fatidica mail: you’re in! (il succo era questo).


Quando vidi il programma, mi resi conto che conoscevo bene solo due degli ospiti che avrei dovuto incontrare: Marco Vichi e Marco Buticchi. Il Vichi (perdonatemi il dire toscano) aveva tenuto dei corsi di scrittura nella mia università che non avevo potuto seguire in prima persona, ma di cui mi era stato detto un gran bene. Questo, quindi, era l’incontro che, in qualche modo, mi incuriosiva di più. All’interno della programmazione del laboratorio che mi accingevo a seguire, però, Marco Vichi non era tra i primi.
Prima di lui vennero altri autori a parlarci del loro lavoro; io, come i miei colleghi, ero incuriosita da questo “nuovo mondo”, e ascoltavo ipnotizzata i diversi metodi con cui questi personaggi impostavano il loro lavoro, dalla prima all’ultima pagina. Durante gli incontri, però, mi resi conto che c’era un termine – per me alquanto fastidioso – che veniva ripetuto più volte: “scaletta”. Ognuno degli scrittori che ci trovavamo davanti tirava fuori, sul più bello, questa parola. Per aiutarsi a svolgere un lavoro ordinato e a non perdere sempre il filo, tutti loro ritenevano utile buttare giù una sorta di schematizzazione del proprio manoscritto.
Non so perché ma, anche se ogni parola o consiglio che sentivo uscire da quelle bocche per me era come oro colato, l’idea di accostare un procedimento così “freddo” ad un’arte che, solo per il fatto di chiamarsi così, dovrebbe essere “creativa”, mi faceva un po’ storcere il naso. Io ho sempre concepito la scrittura come qualcosa di istintivo, di catartico, e non ho mai calcolato ciò che volevo mettere nero su bianco. Semplicemente iniziavo a scrivere, senza sapere quale sarebbe stato il risultato finale. Solo per il piacere e l’esigenza di farlo.
Al quarto o quinto incontro, comunque, stavo iniziando a rassegnarmi al fatto che per scrivere un romanzo SERVE indiscutibilmente uno schema da seguire.
Poi, per fortuna, arrivò il momento di Vichi.

Vecchi ricordi di miti recenti…

Ricordo che nel momento esatto in cui iniziò a parlare, tutti pendevamo dalle sue labbra. Descrisse la scrittura come una incredibile scoperta che l’autore fa, come qualcosa che ti travolge e ti domina, come un “tirar fuori” storie che già esistono. Il compito dello scrittore, posseduto dal suo dovere-piacere, è semplicemente quello di raccontare qualcosa che già c’è, e che deve solo essere svelato.
Un Michelangelo Buonarroti della scrittura, insomma.


Parlò per un’ora buona e mi sembrava a dir poco incredibile che uno scrittore così bravo potesse avere la mia stessa idea sull’arte dello scrivere. Fortunatamente, la scrittura non era per tutti qualcosa da impostare in linee e schemi.
Rimasi molto colpita dalle sue parole; le scrissi con cura su un foglio che conservo ancora. Una specie di piccolo vangelo che mi ricorda, ogni tanto, cosa significa davvero essere scrittore.
Con una frase, sottolineata più volte, che ogni volta mi strappa un sorriso:
“io, delle scalette, non so proprio cosa farmene”.






—-> Approfitto del post per pubblicizzare il nuovo libro di Vichi, “La forza del destino”, la nuova avventura del Commissario Bordelli

2 commenti

  • Mi sono imbattuta per caso nel tuo blog e ti faccio i miei complimenti!!
    Riguardo questo post, non posso che essere d'accordo con la sua parte finale.
    Trovo giustissime le parole di Vichi: da aspirante scrittrice quale sono, come te, credo fermamente nel potere impetuoso delle parole.
    Non possono essere sacrificate in una scaletta, in elenchi puntati e schemi.
    Certo, per scrivere un libro (come sto provando anch'io) bisogna cercare di avere in testa una mappa generale delle varie dinamiche, ma la cosa più bella di questa passione è lasciarsi travolgere dai personaggi e dalla storia che già esiste da qualche parte e che tu devi solo mettere nero su bianco…che sia carta o documento word, non importa, la cosa bella è sentirsi liberi e veder crescere la propria piccola creatura, passo passo…
    Ancora complimenti!

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