Intervista a Mariano Sabatini

Mariano Sabatini con il suo ultimo romanzo, "Primo venne Caino" (Salani, 2018).

Mariano Sabatini (Roma, 1971), giornalista, scrive per quotidiani, periodici e web. In passato è stato autore di programmi di successo per la Rai, Tmc e altri network nazionali, ha condotto rubriche in radio e oggi è molto presente sulle maggiori emittenti come commentatore. Ha scritto diversi libri. “Primo venne Caino” è il suo ultimo romanzo (Salani, 2018).

Ciao Mariano, benvenuto! Da piccolo sognavi di lavorare con la scrittura o avevi – come spesso succede – altri piani?

Da piccolo, ossia a 14-15 anni, seguivo su Rai1 “Parola mia” di Luciano Rispoli, un meraviglioso quiz sulla lingua italiana, e parliamo degli anni Ottanta del Novecento. Lì c’era un professore universitario di Storia della lingua italiana, parlavano di etimologie, modi di dire, facevano scrivere testi ai concorrenti, consigliavano e regalavano libri. Grazie a quella trasmissione ho deciso di fare della lingua italiana il mio mestiere, un mestiere sorretto da una grande passione. Ho scritto per i giornali, per la tv, per la radio, e poi è venuto naturale scrivere e pubblicare libri, tra cui i romanzi. 

Giornalista, autore televisivo e ora scrittore: come è nata in te la voglia di scrivere un romanzo?

Dall’amore per la lettura, perché non si può scrivere senza essere lettori affamati, onnivori, furiosi. Non ho frequentato scuole, mi sono fatto trasportare dalle tante storie lette, amate, come dalla riconoscenza nei confronti di quegli scrittori che mi hanno salvato la vita da ragazzo, portandomi via con loro. Nella Londra di Dickens, nella Donnafugata di Tomasi di Lampedusa, nelle atmosfere di Poe, tanto per fare degli esempi. 

Il tuo primo libro, “L’inganno dell’ippocastano”, ha riscosso molto successo e si è aggiudicato due riconoscimenti molto importanti: il Premio Flaiano e il Romiti Opera Prima 2017. Te l’aspettavi?

Il premio Flaiano l’ho corteggiato per un libro di miei scritti sulla televisione, mi sembrava giusto che un premio intitolato a un grande critico andasse a una raccolta di critiche televisive. Quando ho smesso di pensarci è arrivato, tra l’altro senza che il romanzo fosse iscritto al bando di concorso, per L’inganno dell’ippocastano, scelto a larghissima maggioranza da una giuria di studenti di liceo e universitari. Non mi aspettavo neppure il Premio Internazionale Como che si è appena aggiudicato Primo venne Caino su ottocento romanzi di genere.

Cosa succede in te quando scrivi?

È molto faticoso, o meglio, è faticoso arrivare al pc, aprire il file del romanzo… lotto molto con me stesso perché devo sempre convincermi di essere in grado. Poi se la storia e i personaggi sono giunti alla giusta maturazione – perché io continuo a pensarci e a lavorarci “di testa”- vado molto spedito. E il romanzo si scrive quasi da sé, se mi credete. 

Leonardo Malinverno (per me uno dei nomi più belli mai assegnati ad un personaggio) è, come te, un giornalista. Oltre a questo, c’è qualche altra caratteristica che vi unisce?

Ama le donne, come me. Ha la mia sensibilità, i miei gusti culturali, legge i miei scrittori, ascolta la mia musica, cucina… lui è più bello, purtroppo. 

Nei tuoi romanzi riesci bene a descrivere la psicologia dei personaggi femminili. È stato difficile per te immedesimarti?

Non mi immedesimo, io osservo le donne, le ascolto, ho due figlie… tutta la mia vita l’ho trascorsa con le donne e le ammiro profondamente. Le trovo infinitamente più complesse e interessanti degli uomini. I lettori mi dicono che hanno amato Viola Ornaghi nel primo romanzo, che tornerà nel terzo, e Carla Tesei nel secondo. Entrambe colleghe e amiche, in modi diversi, di Malinverno. 

“Primo venne Caino” è il tuo ultimo romanzo, uscito lo scorso gennaio per Salani. Qui ritroviamo Malinverno alle prese con un temibile serial killer che asporta alle sue vittime lembi di pelle tatuata. Com’è nata l’idea di un personaggio così particolare?

Volevo riflettere sul fenomeno tatuaggi e a tal proposito ho letto tanti testi di antropologia. Oggi i veri trasgressivi sono quelli che mantengono l’epidermide intonsa. Mi divertiva l’idea di un serial killer che portasse scompiglio e terrore nel clan dei tatuati. 

Quanto ti aiuta l’esperienza giornalistica nello svolgimento delle indagini del tuo protagonista?

Fondamentale è scrivere di ciò che si conosce. Dopo venticinque anni di mestiere, so come si muove un giornalista, anche se non ho mai lavorato stabilmente in una redazione di quotidiano. Reperire notizie, fare interviste, tutelare le fonti, mettere insieme i tasselli… fa tutto parte del lavoro giornalistico.

Visto che – come sai – in questo blog si danno spesso consigli di lettura, quali sono secondo te tre autori contemporanei che meritano di essere letti?

Tanti. Ma per non far torto a nessuno, citerò nomi molto lontani da me anche geograficamente: Stephen King, Joe Lansdale, Ian McEwan. 

Progetti futuri? Troveremo ancora Malinverno alle prese con un’altra indagine?

Certo. È nel bel mezzo di una nuova inchiesta perché lui, è bene chiarirlo, da giornalista per vocazione e detective suo malgrado svolge inchieste e non indagini, che competono invece di diritto/dovere alle forze di polizia. Ma quando riuscirà a venirne a capo, insieme al suo amico e sodale vicequestore Guerci, non saprei dirlo. 

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