Incontro con Ken Follett

Ken Follett, l’arte di creare storie

a cura di Felicia Kingsley

Non c’è domanda a cui non sappia rispondere e quando lo senti parlare capisci esattamente perché è lì, sempre in cima alle classifiche, con duecento milioni di copie vendute, in crescita continua.

Sa esattamente quello che fa, è un professionista, non si trincera dietro una finta aria snob, o intellettuale per darsi un tono, non gli serve, non ne ha bisogno.

Non avrei mai immaginato di poter porgli domande ma è successo, esattamente lunedì 26 ottobre, via Zoom, lui dal suo studio, io e altri nove book blogger dalle nostre case. Il prossimo che sento brontolare sul fatto che la tecnologia ci stia rincoglionendo tutti e crogiolarsi nella retorica del “si stava meglio quando si stava peggio”, lo prendo a calci. Tecnologia e social sono risorse straordinarie e possono regalarci privilegi altrettanto straordinari, come questo che ho avuto.

Proverò a riportarvi quello che Ken ci ha raccontato in questa bellissima ora di conversazione.

Fu sera e fu mattina è il suo ultimo romanzo, prequel della saga di Kingsbridge già composta da I pilastri della terra, Mondo senza fine e La colonna di fuoco. Il titolo, per noi oscuro e apparentemente senza un riferimento preciso al contenuto del romanzo è in realtà frutto di una scelta ben ponderata. Il titolo originale è The evening and the mornig, che è il primo verso della Bibbia inglese e poiché questo romanzo si configura come la Genesi della saga, il primo verso della Bibbia risulta molto evocativo.

Per chi non lo sapesse, Ken Follett (che oggi si proclama ateo e va in chiesa unicamente perché ama i cori e osservare le cattedrali), in gioventù ha avuto una formazione religiosa molto severa, per non dire integralista, poiché la sua famiglia apparteneva a una congrega protestante molto osservante e lo studio della Bibbia faceva parte del suo quotidiano.

La saga di Kingsbridge, al contrario di quello che si può pensare, non è stata programmata da Follett, ma scrivendo di eventi storici reali, nei romanzi successivi a I pilastri della terra, gli è venuto naturale tornare a Kingsbridge. Per Follett, Kingsbridge rappresenta uno spaccato di Inghilterra, la vera protagonista dei romanzi. Uno dei mantra di Ken Follett è “Mai essere prevedibile” e, poiché tutti si aspettavano che dopo La colonna di fuoco avrebbe scritto un altro sequel, magari ambientato nel 18esimo secolo, lui ha deciso di andare indietro, alle origini, a quando Kingsbridge non aveva ancora un nome ed era solo un gruppo sparuto di capanne lungo la riva di un fiume. Se per altri autori di saghe, i protagonisti sono i personaggi che ritroviamo di libro in libro (tipo gli Stark di Martin, Becky Bloomwood della Kinsella o Harry Potter), per Ken, la protagonista della sua saga non è una persona ma una città che, nel tempo, è diventata familiare anche ai lettori.

In Fu sera e fu mattina troviamo il marcato confitto tra la nobiltà che sfrutta i propri privilegi, i padroni, e i sudditi, spesso oppressi e oggetti di soprusi. Follett non ha voluto costruire uno specchio metaforico della contemporaneità perché oggi il potere non è nelle mani di pochi; siamo in democrazia, è il popolo che ha il potere di esprimersi mediante il voto ed è libero di esprimere le proprie opinioni.

Secondo Ken Follett, più che nobili e sudditi, oggi il popolo si divide in leader e seguaci. Per essere leader non serve essere di nobile nascita (come re o regine), ricchi (come i proprietari terreni) o colti (tipo il clero), non è nemmeno richiesta una particolare intelligenza, bensì è la popolarità a fare la differenza, e solitamente diventa più popolare chi racconta alle persone bugie rassicuranti.

Viceversa, la schiavitù oggi è solo illegale (a differenza di mille anni fa, come in Fu sera e fu mattina), ma purtroppo esiste ancora e ciò che Follett ha voluto descrivere nel romanzo è che il possedere un altro essere umano è una cosa profondamente crudele che tira fuori il peggio delle persone.

Follett ha idee molto ferme: la storia non si ripete, non è ciclica, però riecheggia nei secoli. Ad esempio, non abbiamo più le guerre di religione che hanno portato alle crociate, o che hanno diviso l’Inghilterra per anni tra cattolici e riformati, tuttavia ancora oggi la libertà di culto in tanti paesi non è riconosciuta, come in Cina, dove in alcune province, i mussulmani vengono rinchiusi in campi di rieducazione. Leggere il passato serve a comprendere il presente.

Follett però ci tiene a sottolineare che i suoi romanzi non vogliono essere educativi. Lui stesso odia i romanzi che pretendono di fare la lezioncina al lettore, come se l’autore si credesse più intelligente. Il suo unico scopo è trasportare chi legge in un altro mondo, in un viaggio nel tempo, farlo appassionare alla storia e ai personaggi, per farlo soffrire con loro e gioire con loro.

In ogni suo romanzo, infatti, sono presenti i ribelli: donne e uomini che non vogliono stare alle regole designate da altri (e qui sono Edgar il costruttore e Ragna, la normanna). I ribelli sono personaggi interessanti, perché sono imprevedibili e Ken dà spazio sia a uomini brillanti che a donne coraggiose, perché se anche i testi storici ci hanno tramandato una narrazione al maschile, tante sono state le donne forti e di potere che hanno segnato le varie epoche. Lui stesso è cresciuto con un ideale di donna tosta, poiché frequentava l’università durante gli anni della seconda ondata femminista e le sue amiche, le sue colleghe, le ragazze che frequentava erano tutte donne di polso, che sapevano cosa volevano e si davano da fare per ottenerlo.

Essere un autore da #1 in classifica non vuol dire però dare il successo per scontato e quando Ken Follett scrive, mette il piacere del lettore davanti a tutto. Lo scopo della sua scrittura è, infatti, far venire voglia al lettore di vivere più nel suo libro che nella realtà. Si domanda in continuazione: il lettore amerà questo personaggio? In cosa crede? Cosa vuole? Finito questo capitolo, avrà voglia di girare pagina e iniziare quello successivo? Il suo ragionamento può anche non essere condiviso, lui stesso ha amici che seguono il principio opposto, ossia scrivere ciò che piace a loro a prescindere dai lettori a cui è destinato, ma Follett vuole che il lettore, una voglia girata l’ultima pagina sia triste per dover abbandonare la storia e per non avere qualche capitolo in più ancora.

Per rendere i suoi romanzi così credibili, al punto da risucchiare il lettore in un’altra dimensione, Ken Follett ha un vero e proprio piano operativo: dedica nove mesi/un anno alla preparazione della storia, ossia l’outline di ciò che succede in ogni capitolo affiancato dalla ricerca delle fonti e delle informazioni; l’anno successivo è interamente dedicato alla prima stesura del romanzo e l’anno dopo ancora lavora alla riscrittura e all’editing per atterrare al testo definitivo. Ogni fase è entusiasmante ma quella che gli dà il vigore di iniziare è la ricerca sul campo. Per Fu sera e fu mattina si è recato a Oslo per visitare il museo delle navi vichinghe, che vediamo descritte nel primo capitolo, e a Bayeux (Normandia) dove ha studiato i documenti più illustrativi dell’epoca della conquista normanna: gli arazzi.

Il celebre arazzo di Bayeux, lungo quasi settanta metri, potrebbe essere considerato il primo film della storia perché illustra tutta la storia della conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il conquistatore, e che per Follett è stata la base per studiare i vestiti dell’epoca, gli usi e costumi, cosa mangiavano, come erano pettinati, come portavano la barba, le persone di allora.

Ken Follett, che nella saga di Kingsbridge dà ampio spazio a costruttori e architettura, ritiene che ci sia uno stretto legame tra il progettare un edificio e progettare un romanzo perché, proprio come Tom il costruttore progettava la sua cattedrale prima in testa, poi sui fogli, poi con la pietra, anche Ken pianifica le sue storie come un’architettura, in cui tutti i personaggi hanno una funzione e tutti gli eventi si sostengono uno con l’altro.

Follett ama l’architettura e gli edifici perché, proprio come un libro, raccontano storie, raccontano la vita e quando lui entra in una chiesa, o in una residenza di campagna immagina chi ci ha vissuto, cosa faceva, chi era, cosa amava e che segni del suo passaggio ha lasciato.

E parlando di architettura, alla mia domanda: “Se decidesse di scrivere un romanzo ambientato in Italia, che città e che epoca storica sceglierebbe?”, risponde a colpo sicuro che gli piacerebbe Firenze, nel Rinascimento, per la ricchezza di personaggi di spicco dell’epoca, la cultura vibrante, i commerci fiorenti, persone che si arricchiscono, famiglie rivali e conflitti con il papato che darebbero molto materiale per sostenere un romanzo. Con l’occhio del turista, ovviamente, la vede anche come una città molto romantica e per certi versi sensuale, cosa che non guasta visto che nei suoi lavori l’intreccio amoroso non manca mai.

Ovviamente si è trattato di un gioco tra me e lui, non è lo spoiler di un suo lavoro futuro, ma chissà che Ken non decida di sviluppare questa idea davvero… in fondo, lui che ama documentarsi sul posto, in Toscana avrà ottime scuse per visitare le cantine del Chianti, di Brunello di Montalcino o degustarsi un Sassicaia tra un giro e l’altro, visto che una delle sue più grandi passioni è il vino.

Chissà… nel frattempo io consiglio a qualche viticoltore di mandargli una cassa delle sue bottiglie, magari lo invogliamo…

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