Claudio e gli Europei

Claudio spense il motorino.

Erano le 20.30 di una calda sera di luglio. Le luci nelle case erano accese, gli zampironi profumavano i giardini di quell’odore bruciato dell’estate.

Immaginava gli uomini e le donne con la faccia tricolore, gruppi di amici intenti a prepararsi per la partita.

C’era chi la vedeva in gruppo, chi in intimità. Chi aveva deciso di non vederla proprio.

E poi c’erano gli stronzi come lui che la sera di Italia-Germania dovevano lavorare per pagarsi l’università.

Aveva una madre atipica che dopo il liceo gli aveva detto chiaro e tondo: “Secondo me dovresti andare subito a lavorare; se invece vuoi studiare e perdere tempo, trovati comunque un lavoro perché io non ti do un euro”.

E lui, testardo come sempre, si era iscritto a Matematica e aveva trovato lavoro in una pizzeria.

Ogni sera, da ben due anni, il caro Claudio doveva entrare nelle case dei suoi concittadini e sfamarli.

Tutto sommato non era neanche malaccio: in fondo era un lavoro dinamico, vedeva sempre facce nuove. E poi, verso mezzanotte era sempre a casa.

Ma quella sera, quel sabato di luglio, avrebbe dato qualsiasi cosa per avere un lavoro con orari da ufficio. Immaginava tutti i suoi amici con la maglietta azzurra e le trombette, pronti per il grande tifo. A loro l’università gliela pagavano i genitori e niente gli impediva di godersi la partita.

Più pensava a questi dettagli e più si sentiva uno stronzo.

Prese le pizze dal retro del motorino e si avvicinò ai citofoni.

Chi èèè?”

Signora sono quello delle pizze”

Le pizze? O che s’è ordinato le pizze?”

Eh sì signora, ne avete ordinate dieci, se magari mi apre…”

Claudio stava iniziando ad innervosirsi: i cartoni che teneva tra le mani erano caldi e gli pesavano.

La vecchia rincoglionita decise di farlo salire: terzo piano senza ascensore.

Ma esistevano ancora palazzi così??

Arrivato davanti casa della rinco, gli toccò suonare di nuovo il campanello.

Aprì una vecchia decrepita.

Senta, mio nipote dovrebbe arrivare da un momento all’altro con i suoi amici, non mi ha detto di aver ordinato le pizze… io gli avevo preparato il farro…”

Signora, io ho altre consegne da fare, perciò devo lasciarle le pizze”

Ma non può aspettare qualche minuto che arrivino? Perché io mica sono sicura che le abbia ordinate…”

Signora, le dico che le ha ordinate, sennò non sarei qui!”

Sarei sul divano a godermi la partita in santa pace, lontano dalle rincoglionite come te – pensò.

Va bene via, le piglio. Quant’è?”

Sono sessanta euro e cinquanta centesimi”

Quanto?? Ma non è che è una truffa?”

Signora, macché truffa, se fosse una truffa verrei a farle firmare qualche contratto in giacca e cravatta, non sudato marcio con una pila di dieci pizze!”

Fu in quel momento che il nipote della rintronata arrivò assieme ad una banda di ventenni fighetti.

Nonna, te l’avevo detto che ordinavo le pizze!”

No nanni, un tu me l’hai detto… io v’aveo fatto i’ farro… ora icché ci fo…”

Il nipote pagò le pizze e corse con gli amici davanti alla tv.

Claudio uscì dal palazzo bestemmiando.

Possibile che i clienti dementi toccavano sempre a lui? Al suo collega Abir andava sempre tutto liscio e a volte si beccava pure delle belle mance.

La serata trascorse consegnando pizze da una parte all’altra della città, sbirciando la partita da diversi televisori e, ovviamente, perdendo sempre i momenti clou.

Solo la sera tardi riuscì a rivedere i punti salienti del match e i rigori finali. E lì si rese conto che forse l’unico fortunato quella sera era stato lui, che con un lavoro del cavolo si era evitato di soffrire per una partita di merda.

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