Ai giardini con Pimpi

Davide era ai giardinetti da circa mezzora.

Il suo cane, un pechinese stronzissimo che sua madre aveva preso per tamponare la crisi di mezza età, aveva già cercato di fare pipì su un paio di vecchiette. Pimpi, così l’aveva chiamato la genitrice in preda ad una crisi ormonale, non riusciva a fare a meno di scambiare le ottantenni sedute sulle panchine per degli alberi. E queste, ovviamente, s’incazzavano.

Giovanotto tenga a bada il suo cane! Non è mica possibile che ogni volta ci importuni così”

Che vi annaffi, semmai – pensava Davide, arrancando poi con qualche scusa.

Signora, lo perdoni, è che ha dei problemi nella testa” – rispondeva mentre Pimpi, in sottofondo, cercava di trombarsi una piantina.

Allora lo mandi dallo psicologo!”

Le vecchiette evidentemente guardavano troppa televisione.

La verità era che Pimpi aveva davvero qualcosa di strano e sua madre, pur adorandolo, non lo portava mai a fare la passeggiatina, conscia, secondo lui, dell’imbarazzo che procurava a chiunque lo tenesse al guinzaglio.

E anche quel giorno era toccato a Davide portare lo stronzo a pisciare.

Solo che Pimpi era particolarmente agitato. Nonostante il solito attentato alle vecchiette e la passeggiatina prolungata di trenta minuti, il cagnolino bianco non era ancora riuscito a darsi pace.

Correva in qua e là annusando fiori e scopando cespugli a più non posso. Alle orecchie aveva attaccati due fiocchetti blu che gli toglievano quella poca dignità che gli era rimasta.

Davide, aspettando che Satana si calmasse, sedeva su una panchina di legno consumato, l’aria stanca di chi sta finendo di studiare e sa già che i suoi sforzi non serviranno a nulla.

Abitava in una casetta gialla vicino ai giardini pubblici nell’immensa frazione di San Giorgio a Colonica. Millequattrocentocinquanta abitanti. Un buco talmente piccolo che se non stai attento finisci per essere ingoiato.

E per tentare l’evasione, cinque anni prima aveva avuto la brillante idea di iscriversi all’università di Lettere a Firenze. Leggeva come un dannato fin da quando era piccolo e credeva davvero che fosse quella la scelta giusta per lui. Invece, semestre dopo semestre, si era accorto che la sua era solo una facoltà di illusi.

Ormai finisci di laurearti e poi metti la domanda alla Coop” – gli aveva suggerito la mamma qualche giorno prima.

Insomma, con tutto il rispetto per i supermercati, il futuro non era roseo.

Per non parlare della sfera sentimentale.

Aveva avuto una storia con una ragazza di Reggello, anche lei iscritta al club degli illusi.

Ginevra aveva un ego grande tanto quanto erano piccole le sue tette. E, visto che la biondina si era dimostrata anche una grande stronza, dopo qualche mese si era rotto le palle. Da lì aveva dovuto saltare qualche pasto in mensa per evitare di incrociarla ma poi le cose si erano rimesse al loro posto. A parte il fatto che per Ginevra e le sue amiche lui era diventato una sorta di Voldemort. Crudele ed innominabile.

Ma invece lui crudele non era, anzi.

Se lo fosse stato non avrebbe mai accettato di portare a spasso una creatura diabolica come Pimpi. Che poi i cani gli erano sempre piaciuti. Ma i cani veri, quelli che hanno la testa più grande della tua. Mica questa cagatina qui.

Pimpi ma che cazzo fai?”

Il dolce cagnolino bianco si era infilato in una trama di cespugli riempiendo di mota tutto il pelo toelettato.

E ora chi la sentiva quella rompicoglioni di sua madre?

Scusa, è tuo quel cane?”

Una ragazza mora con i capelli a caschetto stava camminando verso di lui. Il suo corpo esile stonava con il seno prorompente che deformava la maglietta.

Una visione.

E’ mio” – disse, non troppo convinto di parlare con una persona reale. Forse era stato a sedere troppo sotto il sole.

Oddio ma è tenerissimo!” – disse lei.

Pimpi, nel frattempo, aveva abbandonato i cespugli e stava impetuosamente correndo verso la strafica.

Porca puttana Pimpi, stavolta no.

Pimpi continuava a correre come una saetta, il vento nel muso e le zampe scattanti, manco dovesse vincere una gara di agility.

In Davide cresceva intanto il terrore, la paura di aver trovato uno spiraglio alla sua serie ricorrente di seghe serali e di perderla per una pisciatina di Satana.

Mentalmente ripeteva mantra sotto forma di bestemmie, nella speranza che Pimpi per una volta stesse dalla sua parte, invece di ridicolizzare ulteriormente la sua vita.

Ma Pimpi, ormai era chiaro, non aveva simpatia per il genere umano in generale, tette o non tette.

Fu così che il dolce cagnolino si avvicinò alla super bona dai capelli neri, raggiunse l’angolo del jeans firmato adiacente alla sua caviglia e alzò la sua zampina fangosa.

Il resto, potete immaginarlo da soli.

5 commenti

  • ahahahah ma è bellissimo questo racconto! Anche perchè ho perfettamente chiara la tipologia di cane! Ma questo lui è il TUO lui? Non so perchè ma l’ho pensato per tutta la durata del racconto 🙂

  • Seguo la tua pagina Instagram, ma non sapevo di questa tua passione anche per la scrittura. Leggendo questo racconto mi è parso di assistere realmente all’episodio, come fossi proprio lì nel momento narrato. Mi è decisamente molto piaciuto. Complimenti!

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