Glenn Cooper: un cervello invidiabile. Come la sua penna.

Avete mai provato a leggere Glenn Cooper?
Con lui non è stato amore a prima vista, anzi.
I miei suoceri – praticamente due divoratori incalliti di libri – mi prestarono una copia de “La Biblioteca dei Morti” nell’estate del 2009: il romanzo era appena uscito e rappresentava un vero e proprio trampolino di lancio per Cooper che, per la prima volta, faceva il suo esordio come scrittore.
Dovete sapere che, secondo le mie stranezze, nel momento in cui mi accingo a leggere un libro la prima cosa che faccio è curiosare su vita, morte e miracoli dell’autore e – non so nemmeno io perché – leggere i ringraziamenti in fondo al libro (ma di questo parlerò seduta in cerchio assieme ad un’altra decina di persone). Insomma, la prima cosa che ti colpisce di Cooper è la biografia. Cito dal suo sito:
Glenn Cooper rappresenta uno straordinario caso di self-made man. Dopo essersi laureato con il massimo dei voti in Archeologia a Harvard, ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. E’ stato presidente e amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachussets, ma, a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico“.
Mettici anche che s’è messo a sfornare romanzi, voglio dì…nient’altro??
E già con questo curriculum il signor Cooper i suoi punti, per quanto mi riguarda, se li era guadagnati.
Piena di stimoli nei confronti dell’allora nuovissimo bestseller, tra le raccomandazioni dei suoceri e la biografia dell’autore che prometteva bene, iniziai a leggere La Bibilioteca dei Morti.
Un dramma.
Alla trentesima pagina mi ero già stufata e avevo accantonato il libro sul comodino. Purtroppo (e dico purtroppo perché in questo modo tante volte mi perdo un sacco di cose) non sono una di quelle persone che riesce a violentarsi portando a termine un libro il cui interesse va sotto le suole delle scarpe. Allo stesso modo in cui credo fermamente che la scrittura VERA sia quella di getto, il rapporto con un libro deve essere immediato.
Al massimo, può concedersi una seconda possibilità.
Proprio come è successo a me con Cooper.
Diciamo che quel libro sul comodino un po’ di ansia me la dava. E poi mi sembrava strano che questo libro fosse piaciuto a tutti tranne che a me. Insomma, per un motivo o per l’altro, dopo un mesetto circa dall’abbandono, il mio naso era di nuovo tra quelle pagine.
Superato lo scoglio dei primi capitoletti, finii per divorarmi tutto il libro per intero.
Una libidine.
Ma la vera e propria goduria fu leggere il seguito, ovvero “Il Libro delle Anime”. In genere i “secondi libri” non sono mai soddisfacenti quanto i primi, ma in questo caso per me è stato esattamente il contrario. Se con La Biblioteca c’era voluto un po’ di rodaggio per entrare in sintonia, con Il Libro è stato sesso e amore fin da subito. Sono rimasta incollata a quelle pagine per tre giorni. Bellissimi. Uno di quei romanzi che vorresti aver scritto tu. Quel tipo di opera che ti fa dire “geniale”, senza aggiungere altro.
In realtà, quello che mi fa impazzire di Cooper in questo libro è il suo modo di far rivivere personaggi storici del passato (come Calvino e Shakespeare, ad esempio), per renderli protagonisti della SUA storia. L’intreccio tra prima e dopo, soprattutto in questo genere letterario che tende al thriller e all’azione, dà un risultato stupefacente. Pensare a Shakespeare che utilizza le sue armi poetiche per aiutare l’antenato di uno dei protagonisti a nascondere il segreto della sua famiglia…è geniale. C’è poco altro da dire.


Tutt’altra impressione mi ha fatto “La Mappa del Destino”. Ebbene sì, anche questo riposto da una parte della camera circa un anno fa e pronto ad una seconda chance che FORSE un giorno gli darò.
Se sui secondi libri ho dei pregiudizi, figuriamoci sui terzi e sui quarti. Istintivamente, questi bestsellers con sopra scritto “Dall’autore di tizio caio e sempronio” con annesse fasce e fascette – che manco le miss – e che CASUALMENTE escono un mese prima di Natale, mi sanno di sòla (come si dice a Roma). Però devo dire che, mentre La Mappa dopo cento pagine mi ha fatto venire voglia di studiare per l’esame di diritto privato (il che è tutto dire), “Il Marchio del Diavolo”, cioè l’ultimissimo book di Cooper, non mi è affatto dispiaciuto. Spulciando qua e là sul web ho trovato un sacco di critiche riferite al fatto che i dettagli della vicenda non sono curati e che, in ogni caso, questo non è più il Cooper dei primi tempi (ha iniziato a scrivere tre anni fa e già è invecchiato. Come siamo crudeli noi lettori).
Devo dire che non mi sento di essere troppo critica su questo ultimo romanzo. Me lo sono bevuto in pochi giorni e ne ho apprezzato la scorrevolezza e l’intreccio mistero-archeologia. In qualche punto, forse, Cooper ha cercato di ricalcare ciò che aveva fatto per Il Libro delle Anime, riportando in vita alcuni personaggi storici (in questo caso San Malachia e Christopher Marlowe) e collegando la loro vicenda con quella dei suoi protagonisti. A parte questo, penso che con quest’ultima opera Cooper abbia confermato ancora una volta la sua ormai riconosciuta dote di scrittore. Magari non è davvero più “quello di una volta”, ma la sua bravura nello scrivere bene e nel darci quel filo di suspance resta, eccome.

2 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.