“Deve Accadere” – Intervista allo scrittore emergente Giovanni Venturi

 

 

“A volte un’emozione vale la pena di essere vissuta, anche se per certi aspetti può sembrare un errore” 

(Giovanni Venturi)

Quando uno scrittore emergente decide una volta per tutte di inseguire il suo sogno, lo fa e basta. Mette da parte i tanti “no” ricevuti, la sfiducia nel fato e, in barba a tutte le case editrici, ci prova.

E’ questo ciò che mi ha colpita di Giovanni Venturi: la sua determinazione. Ma, soprattutto, la passione che lo ha guidato nel mondo, difficilissimo, della scrittura e che lo ha portato con coraggio verso la strada del self-publishing.

L’opera di Venturi è una raccolta di racconti intitolata “Deve accadere”, un insieme di episodi frammentati, uniti dall’ispirazione del loro creatore. Le storie che lo scrittore ci racconta sono storie apparentemente normali, ma che contengono, ognuna, qualcosa di particolare. I personaggi di Venturi sembrano come intrappolati nella loro realtà e riescono però a trasmetterla al lettore con una semplicità disarmante.

La quiete che domina questa raccolta è soltanto apparente.

In realtà, tutta l’opera è dominata da una scatola chiusa di emozioni che soltanto i lettori più accorti riescono a percepire.

E forse è questo il senso ultimo dello scrivere: comunicare emozioni.

Venturi per me c’è riuscito ed è per questo che gli auguro di trovare, un giorno, un editore che possa apprezzarlo.

 

Ecco l’intervista che questo scrittore emergente mi ha rilasciato; è lunga ma molto interessante da leggere, soprattutto per tutti quelli che vorrebbero vedere, un giorno, il proprio libro pubblicato.

 

  • In poche parole, parlaci un po’ di te.

Sono una persona curiosa che ha iniziato a nutrire interesse per la scrittura abbastanza presto. Il mio primo scritto risale al tempo delle scuole elementari. Una storiella sulla nascita di due Micronauti, i giocattoli dell’epoca. Vi scrissi un racconto di fantascienza sviluppato a puntate, ma è andato perso. Dopo quello ho ricominciato a sedici anni invogliato dalla conoscenza letteraria di Stephen King, con la sua raccolta di novelle “Stagioni Diverse”.

Mi occupo di realizzare e-book e lavoro nel campo informatico.

  • Che tipo di rapporto hai con la scrittura?

Ci sono momenti in cui scorre da sola e altri in cui devi riscrivere di continuo finché non sei convinto e soddisfatto e, senza pensare al momento in cui avrai chiuso tutto e dovrai decidere come muoverti, risulta piacevole. Mi diverto quando entro in empatia coi personaggi per provare le loro emozioni, per pensare con la loro testa, per rendere il tuo più vivo possibile, più coinvolgente. Lo scrittore scrive finzione, non realtà, e, anche se fossero cose davvero successe, sarebbe sempre un punto di vista soggettivo su eventi accaduti, e non la verità assoluta. Questo rende la scrittura ancora più stimolante.

  • Nello scrivere hai un approccio più schematico (es. utilizzo di scalette da sviluppare) o più istintivo (scrittura di getto)?

Decido grossomodo come deve finire la storia, immagino il momento di massimo impatto drammatico e poi pian piano riempio in testa le parti mancanti. Spesso accade che proprio scrivendo mi viene l’idea per inserire altri elementi essenziali e arricchire la trama con colpi di scena o, semplicemente, capisco come devono proseguire le scene. La storia si scrive scrivendola.

  • Hai dei punti di riferimento nel mondo letterario? Autori che ti ispirano o da cui prendi esempio?

Mi piacerebbe riuscire a costruire storie in maniera così coinvolgente come lo fa Stephen King, cerco di imitarlo nella creazione della psicologia del personaggio, ma è abbastanza chiaro che lui è il Re e io ho tutto un altro stile e un altro vissuto. Lui è un vero scrittoree io ci sto solo provando.

  • Quali sono gli ultimi libri che hai letto?

Ho letto “Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo e mi è piaciuto molto, l’ho anche recensito sul mio blog. Ho letto “Ragazzo da parete (The Perks of Being a Wallflower)”: un bel romanzo epistolare coinvolgente scritto dal romanziere americano Stephen Chbosky, ho la versione in inglese in e-book. Ho letto “L’amico immaginario” di Dicks Matthew e l’ho trovato davvero un bel libro: coinvolgente e pieno di umanità. Attualmente sto leggendo due e-book. “Buongiorno Los Angeles” di James Frey e “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder. Il primo l’ho adocchiato tempo fa su Amazon. Qualche giorno fa ne ho visto l’e-book in offerta su Kobo Books e, letta l’anteprima, non ho resistito oltre. Il secondo era un libro che una volta feci comprare a mia sorella, ma l’ha dato via e non ho mai avuto modo di leggerlo. Devo dire che mi hanno preso molto. Li sto leggendo in parallelo. Qualche capitolo di uno e, subito dopo, qualche capitolo dell’altro. Una delle comodità dell’e-book readerè anche questa. Interrompere e in meno di 3 secondi riprendere l’altro testo.

  • E i libri che consiglieresti?

I classici: Il conte di Montecristo, Anna Karenina, Nanà, tutto Kafka. Consiglierei anche 1984 di George Orwell, Paul Auster con la sua Trilogia di New York, Il giovane Holden di J.D. Salinger. Il signore delle mosche, il più celebre romanzo del Premio Nobel William Golding. Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, unico libro di fantascienza di un autore noto che ho letto. Stagioni Diverse di Stephen King, un esempio di come si costruiscono personaggi e storie. L’ombra del vento il capolavoro di Zafon (gli altri suoi libri non sono all’altezza di questo). E anche Amara Lakhous coi suoi Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio e Divorzio all’islamica a viale Marconi.

  • Hai un genere letterario specifico?

Direi di no, ma di solito non leggo gialli, fantasy, fantascienza e non mi piacciono i thriller, quelli li preferisco in pellicola.

  • Qual è il tuo punto di vista sugli e-book? Pensi che siano una minaccia per i libri cartacei?

L’e-book ti permette di portare appresso molti libri e di leggere un po’ di uno un po’ dell’altro o di scegliere secondo il tuo umore, inoltre è comodo quando leggi libri che vanno avanti per centinaia di pagine, anche se a volte è angosciante visto che non ti rendi mai conto a che punto sei. Non credo che gli e-book siano una minaccia per i libri cartacei. Casomai direi il contrario. I grandi editori ti fanno spesso pagare un e-book (a volte anche fatto con un indice incompleto e un file privo di validazione!) due o tre euro in meno del cartaceo e ci piazzano sopra il DRM che impedisce tutta una serie di cose, inclusa la voglia di leggerlo perché c’è una procedura da mal di testa se il lettore e-book non è un Kobo e non è un Kindle. A quel punto perché dovresti comprare l’edizione in e-book se hai tutti questi problemi anche se hai fatto l’acquisto su uno storeautorizzato? Sul cartaceo non ti viene forzata la lettura in bagno e in cucina e vietata in camera da letto e in salotto, o di regalarlo dopo averlo letto, cosa che invece avresti col DRM se fosse applicabile al concetto di edizione cartacea.

  • Cosa ne pensi delle scuole di scrittura creativa? Ne hai mai frequentata una?

Penso non servano a nulla. Ne ho frequentata una, ma non mi è stata di alcunissima utilità. Se poi vogliamo ragionare, basta guardarsi in giro e si capisce che oggi si guadagna di più insegnando a scrivere che dalle vendite di un testo di un autore.

  • Come è nata la tua raccolta di racconti intitolata “Deve accadere”?

È nata dopo un paio d’anni in cui ho raccolto il materiale e dopo otto mesi del «che faccio? pubblico o non pubblico? Pubblico o non pubblico?». Ogni tanto facevo il punto della situazione. Vedevo se avevo abbastanza racconti validi per riempire una raccolta. Li correggevo, ne scrivevo di nuovi e ci rimuginavo, poi, smettendo di pensare razionalmente, il 14 luglio scorso ho pubblicato il mio e-booksu Amazon e a seguire su Kobo. Senza cercare un editore.

  • Ci spieghi la scelta di questo titolo?

È il titolo del penultimo racconto della raccolta. Avrebbe dovuto essere l’ultimo (di solito è l’ultimo racconto che determina il titolo di un’antologia, o comunque ci si deve riferire a uno dei testi più riusciti). “Il lampione”, quello che segue a “Deve accadere”, esula un po’ dal tema della raccolta, ma volevo includerlo.

  • La tua dedica all’inizio della raccolta è rivolta a “tutte le persone che riescono ancora a lasciarsi andare quando leggono una storia”. Credi che per i lettori di oggi sia difficile farsi coinvolgere da un libro?

Sì, è difficile. A volte non si dedica un vero spazio alla lettura, si legge nel caos, nel frastuono. Si legge una pagina in metro interrompendo e riprendendo altrove in un altro momento. I libri andrebbero letti senza interruzione, ma sappiamo non essere sempre possibile. Il concetto vale maggiormente per un racconto: non va lasciato incompleto perché poi ti perdi tutto il senso di ciò che voleva trasmetterti l’autore, ti perdi la scena principale, ti dimentichi quel che stavi leggendo. A volte, se non hai la dimensione giusta, non riesci nemmeno a concentrarti sul testo, magari devi rileggere più volte i paragrafi e finisci per fartelo passare addosso in maniera asettica quando in condizione diversa magari ti avrebbe fatto anche piangere. Poi ci sono quei libri che anche se leggi in condizione perfetta non hanno nulla di coinvolgente. Penso a libri come “La cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones.

  • Quanto c’è di autobiografico in questo scritto?

Quasi nulla direi. Gli unici elementi un po’ autobiografici sono in Inquietudini e in Lontani dal mondo. Dovevo davvero mettere in scena una commedia con dei ragazzi, ma questo è quanto. Il resto è tutta invenzione, anche Gianluca è un personaggio inventato. Nell’altro racconto, il viaggio in treno è autobiografico. Tornavo da Roma dall’editore che mi aveva pubblicato una poesia in una raccolta (il testo è in appendice nell’e-book) e c’era questa ragazza in treno che è stata tutto il tempo a telefono e ripeteva di continuo: «Ti ho pensata a pazza». E poi c’è il racconto 23 novembre 1980che è tratto sì dalla mia esperienza personale, ma è comunque rimontato in un contesto diverso.

  • È stato difficile per te riuscire a pubblicare il tuo libro? Raccontaci il processo che un esordiente deve affrontare, dalla ricerca dell’editore alla pubblicazione vera e propria.

Non tantissimo. Avevo deciso che i racconti li avrei pubblicati da solo. Sarai stato l’editore di me stesso. Li ho visti, rivisti, sottoposti all’attenzione di alcuni amici scrittori come dico nell’introduzione. Ho seguito i loro suggerimenti e poi ho pubblicato. Le case editrici ti lasciano nel silenzio anche quando leggi sul loro sito che in realtà rispondono a tutti tutti, come è successo per un certo editore non a pagamento che pubblica esordienti (non sono l’unico che non ha mai avuto risposta). So bene che ricevono moltissimi manoscritti e che spesso hanno a che fare con orrori di serie A, ma è pure vero che se gli editori avessero un po’ più di senso della realtà (per fortuna qualcuno ce l’ha) non scriverebbero certe cose sul loro sito e non li accetterebbero nemmeno i testi (come fa Newton & Compton), oppure cercherebbero le prime 20 pagine (o un estratto) in formato elettronico e a periodi di tempo (come fa Edizioni E/O), non so, ogni due mesi, poi per dieci mesi non si accetta più nulla. Quando poi vedi questo muro colossale davanti a te inizi a farti delle domande. Io in quattro anni ho scoperto così tante cose… Ci sono case editrici che vanno a nozze, che in realtà sono tipografie con un marchio editoriale. Si chiamano “editori a pagamento” e stampano qualsiasi cosa, aggiungono un codice ISBN e poi chiedono 2000 o 3000 euro senza fare alcun tipo di selezione, alcun tipo di lavoro di editing e nessuna distribuzione. Editori che non fanno promozione, editori che non fanno editing, editori che vendono i libri solo alle persone selezionate del concorso e poi gli autori rivendono solo ad amici e parenti e il giro finisce lì, alcuni editori obbligano all’autore selezionato anche all’acquisto di 2-3 copie del testo per essere pubblicato. E potrei continuare ancora molto nell’ambito dei piccoli/medi editori. Ho conosciuto però realtà che lavorano bene, ma sono la minoranza, sono troppo piccole. Altre realtà, invece, nascono con una bella idea, ma poi finiscono per non poter assolutamente vivere di editoria, come del resto un autore dei suoi testi, e vengono travolti e magari iniziano a chiedere soldi per pubblicarti. E tutto ciò porta a un forte scontento per tutti. Editori e autori. Per accedere ai grandi editori, invece, devi ricorrere a un’agenzia, a un agente. Questo sempre se hai scritto qualcosa di buono e interessante, sennò picche. Scopri poi che un’agenzia, un agente di un certo livello, ha dei costi inaccessibili e spesso non ti considera nemmeno se non sei uno già con una certa notorietà/vendibilità. Tutto questo discorso per dire che ti ritrovi completamente confuso su quello che devi fare una volta visto e rivisto un testo, dopo averlo fatto leggere a lettori beta che ti fanno capire cosa va e cosa non va nelle parole che hai messo una di seguito all’altra e dopo aver risistemato il tutto seguendo queste indicazioni. Nulla è mai sufficiente. Mai. Per pubblicare con un editore devi continuamente inviare plichi, riformattare il file per rispettare le condizioni di invio, che cambiano da editore a editore. Chi vuole la sinossi, chi non la vuole, chi la vuole dettagliata, chi sintetica. In una realtà così vasta, complessa e piena di zone d’ombra non riesci a orientarti. Sono cose che non fanno per me. Ecco perché, sicuro del mio testo, ho scelto il selfpublishing. Per una mia scelta personale, non perché i racconti non abbiano trovato riscontro presso gli editori, anzi proprio da lì ne proviene il 33% della raccolta. Non esistono ricette buone e valide per tutti e sempre. Qualcuno si affida a un’agenzia, fa fare editingdel romanzo e poi accetta un contratto di rappresentanza, ma i costi non sono accessibili a tutti. Per nulla. Anche perché bisogna anche saperla scegliere l’agenzia, e non è facile.

  • Come sei riuscito a pubblicizzare la tua opera?

Molti lettori sono arrivati da twitter, un paio da facebook, qualcuno dal blog, altri dalle interviste e dalle recensioni che ci sono state. Ti ringrazio per la possibilità che mi dai con questa intervista di provare a richiamare qualcun altro verso i miei testi. So che il tempo per preparare e rifinire una recensione e un’intervista è tanto.

  • Cosa ne pensi delle case editrici a pagamento?

Danneggiano lettori e autori. Meglio tenersene alla larga.

  • Per uno scrittore esordiente è sempre più difficile emergere. Hai qualche consiglio da dare a chi, come te, si trova per la prima volta ad intraprendere questa carriera?

Bisogna sapersi battere per il proprio testo perché in giro è vero che c’è chi fa meglio, ma c’è anche chi fa peggio. È un mare magnum. La buona scrittura è il punto di partenza, ma bisogna soprattutto sapersi vendere, essere a modo, avere contatti. Un autore deve essere una persona completa che ha una sua vita e che non è fatta solo di scrittura. E per emergere bisogna interessare. Come? Per esempio, aprendo un blog molto prima di pubblicare, per creare un contatto con un possibile pubblico e dove poi poter raccontare del libro quando uscirà, senza renderlo per questo uno sito autocelebrativo. Tra i link delle recensioni e delle interviste va mostrato qualcosa di sé, magari anche usando i cinguettii di twitter, esprimendo idee, pensieri e opinioni su ciò che accade nel mondo o parlando delle proprie vacanze se c’è stato un episodio particolare, divertente. Credo che siano avvantaggiati quelli che hanno una innata predisposizione a socializzare e a sapersi vendere, non smetterò di ripeterlo.

  • Per chi fosse interessato a leggerti, dove si può acquistare la tua raccolta di racconti?

Su Amazon, su Kobo Books, su Google Play. Nei primi due casi, non si deve per forza disporre di un Kindle o di un lettore Kobo. Si possono leggere anche su iPhone, iPad, PC Apple, PC Windows, smartphone e tablet Android. Sia Amazon che Kobo hanno applicazioni per ogni piattaforma. Serve solo un account Amazon o Kobo. Aggiornamenti e informazioni su http://deveaccadere.info/ .

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