Dall’università al lavoro: la resa dei conti

Entrare nel mondo del lavoro dopo anni e anni di studio è a dir poco traumatico.

Soprattutto se le tue esperienze “pratiche” passate in mano sono decisamente poche.

Resti focalizzato su quel mondo piccolo e ridotto fatto di appunti e di crediti e in realtà non hai la minima idea di cosa c’è là fuori.

Ovviamente questo non succede a tutti, anzi, sono in molti quelli che si danno da fare durante l’università portando avanti l’attività di studio contemporaneamente al lavoro.

Io, dal canto mio, ho preferito concentrarmi sugli studi e dedicarmi del tutto a quelli per cercare di ottimizzare i tempi e di laurearmi il prima possibile. Credo che con un lavoro di mezzo non sarei riuscita a dare gli stessi risultati, perciò sono felice così e non rimpiango le scelte che ho fatto.

Ciò di cui mi rendo conto adesso, però, è che mentre si studia (facendo solo quello) non ci si rende assolutamente conto di quello che verrà una volta usciti dal nido. Uscire dall’università ed entrare nel mondo del lavoro, e quindi passare dalla teoria alla pratica, è una bella botta di crescita. Un cambiamento brusco in cui ti rendi conto che le tue basi non sono forti come credevi ma, al contrario… sono poco e niente in confronto a tutto quello che hai ancora da imparare.

In quel preciso momento capisci che il mazzo che ti sei fatta per anni non vale quanto credi e che la realtà è ben altra.

Ed è lì che provi quel leggero senso di frustrazione per una laurea sudata che sembra non essere nulla a livello concreto.

Insomma, non mi sono mai illusa che la laurea fosse TUTTO ma mi aspettavo almeno che rappresentasse QUALCOSA (oltre al classico pezzo di carta).

Forse dovrebbero davvero fare una bella piazza pulita di corsi di laurea “inutili”. Ovvero corsi di laurea che possono piacere alle persone ma che poi, alla fine dei conti, non servono a nulla e sono considerati meno di zero da chi ti deve assumere.

E’ veramente brutto studiare cinque anni per poi sentirsi dire che quello che hai in mano non conta un cavolo. Esattamente come è brutto sentirsi quasi in colpa per aver studiato tanto dato che “gli universitari a stare sui libri si rincoglioniscono” – cito testuali parole.

Allora, invece di puntare il dito, fate come si faceva una volta, lasciate quei 5-6 indirizzi universitari principali, metteteli a numero chiuso e fate in modo che servano davvero a qualcosa.

Insomma: fate tornare l’università ad essere qualcosa di utile.

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