Giulia Mazzoni

"Pensando al mio futuro mi sono chiesta:
cosa voglio fare nella vita?
La risposta è stata una: scrivere.
Ma da dove si comincia?
M'hanno detto di fare un blog!"

#IlRaccontoDelWeekend – Il mistero della biblioteca

m'hanno detto di fare un blog (3)

Monica aprì il grande portone a vetri. Era più pesante di lei e, ogni volta, il suo sforzo le ricordava quanto era piccola e fragile.

L’unico piacere nel varcare quella soglia fu il calduccio ospitale che la accolse dal gelo dell’esterno. Fuori faceva molto freddo e tutti i cittadini di Mornio dicevano che presto la neve sarebbe arrivata.

Il portone si chiuse dietro di lei con un tonfo sordo. Anche oggi era finita in trappola.

Davanti a sé vide il solito pianerottolo asettico e la scala nera. Nessuno aveva mai pensato ad abbellire quel locale, neanche con una misera pianta finta.

Al muro della scala, sulla destra, era attaccato un foglio bianco su cui una mano incerta aveva scritto a pennarello “Biblioteca comunale” e disegnato una freccia che indicava il piano interrato.

Si tolse i guanti di lana e se li infilò nelle tasche, cominciando la solita discesa verso gli inferi.

A Monica quel posto dava i brividi, ma sua madre la obbligava ad andarci ogni pomeriggio per fare i compiti con il gruppo di studio organizzato dalla scuola. Giusto il tempo di scendere dallo scuolabus, mangiare un piatto di pasta e, in men che non si dica, veniva catapultata lì.

Lo facciamo per il tuo bene, vedrai che stare tra i libri ti aiuterà”, le dicevano. Ma la verità era un’altra e lei la conosceva bene.

Mentre scendeva le scale buie, la sua gola cominciò a stringersi. Sapeva di essere ormai troppo grande per farsi condizionare da paure irrazionali, ma la sua parte ancora viva di bambina le mandava dei chiari segnali di allarme.

In quella biblioteca era meglio non entrarci.

*

Con mano tremula aprì la porta grigia di alluminio. Intorno a lei il silenzio amplificava la sua angoscia.

La bibliotecaria, una donna secca allampanata e dall’aria sempre scocciata, la scrutò dagli occhiali a mezzaluna.

Compila questo modulo”, le disse con voce monocorde.

Le sue rughe profonde cozzavano col caschetto nero lucido ed il rossetto corallo che ostinava a mettersi.

Monica odiava quella donna: percepiva in lei qualcosa di oscuro, qualcosa che la faceva rabbrividire.

Di lei nessuno sapeva nulla, a parte il nome. Si chiamava Signorina Pegaso e, secondo Monica, doveva esserci stato un errore di fondo, perché quel cavallo alato – la sua figura mitologica preferita – non poteva avere niente a che fare con quella donna arcigna.

Scrisse nome, cognome e data sul foglio e, con lo zaino in spalla, si allontanò a grande velocità.

Imboccò il varco alla sinistra del banco informazioni passando davanti ai gabinetti e percorse il corridoio principale della biblioteca, ammirando come ogni pomeriggio quella fortezza di libri colorati che si estendeva per tutto il locale.

La piccola Mornio non aveva altro che quel tesoro.

I libri erano disposti lungo tutto il perimetro della sala rettangolare, e dal corridoio centrale si diramavano numerose file di scaffali di metallo alti tre volte lei.

Alla fine del corridoio, si trovava l’area delle scrivanie (così tutti la chiamavano). Era uno spazio che molti degli studenti del paese usavano per fare i compiti di scuola. Ogni tavolo di metallo grigio aveva al centro una lampada d’acciaio e, intorno a sé, quattro sedie di plastica scura.

A testa bassa, Monica si diresse verso la scrivania più lontana: quel giorno non aveva voglia di avere a che fare con nessuno. Appoggiò lo zaino sulla sedia e avvertì una strana sensazione.

Piano piano, girò la testa di lato: la sala era deserta.

I dieci tavoli, di solito quasi sempre affollati, erano inabitati.

Si sedette confusa e rimuginò tra sé e sé.

Più cercava di ricordare e più le sembrava di non aver mai visto la biblioteca completamente vuota come in quel momento. C’era qualcosa di strano in quella totale assenza, qualcosa che non riusciva ad afferrare.

Si tolse la sciarpa e tirò giù la zip del giaccone. Sentiva le guance andare a fuoco, mentre le lentiggini le scoppiettavano sulla pelle come sale sulla brace.

Mise le mani sul viso e piantò i gomiti sul tavolo.

Stai calma, respira, si diceva con un filo di voce per darsi coraggio, Ci sarà un motivo per cui oggi non è venuto nessuno.

Non c’era neanche quel cretino di Samuele, il ragazzo di terza che la prendeva sempre di mira.

Non avrebbe mai pensato che un giorno le sarebbe mancato.

Più cercava di calmarsi e più sudava: quella situazione non le piaceva per niente.

Alzò lo sguardo verso gli scaffali e si tappò la bocca per soffocare un urlo. All’altezza del corridoio, una figura oscura e silenziosa la guardava in cagnesco.

Era la Signorina Pegaso.

Che cosa sono tutti questi bisbigli?” le chiese con una voce da cornacchia. “Non sai che è vietato parlare al cellulare?”.

Monica aveva il cuore in gola. L’ansia le aveva incollato le viscere. Doveva uscire al più presto da quel posto, ma non aveva idea di come fare a tornare a casa.

Sua madre sarebbe venuta a riprenderla non prima di tre ore e, se l’avesse vista tornare prima del tempo, si sarebbe arrabbiata moltissimo.

Cercò di calmarsi e si schiarì la voce.

Mi scusi Signorina Pegaso, non succederà più”, riuscì a balbettare.

Evitò di controbattere che lei il cellulare non ce l’aveva nemmeno. Altro motivo per cui a scuola la prendevano in giro.

La bibliotecaria strinse gli occhi a fessura e si girò di scatto per tornare alla sua postazione.

Monica tirò un sospiro di sollievo e prese dallo zaino giallo il libro e il quaderno di matematica. Cercò di concentrarsi sui compiti da fare, ma l’adrenalina di qualche minuto prima aveva ormai ingoiato tutta la sua attenzione. Qualcosa continuava a non quadrarle.

Come aveva fatto la Signorina Pegaso a sentire i suoi sussurri?

Forse c’era una telecamera di cui non conosceva l’esistenza?

L’idea che quell’arpia la guardasse dall’alto le paralizzò la schiena.

Posò la penna sul quaderno e alzò gli occhi per analizzare il soffitto della biblioteca: di telecamere nemmeno l’ombra. Forse la Signorina aveva un udito eccezionale.

O forse l’hanno nascosta tra i libri” – pensò.

Titubante, decise di alzarsi e di andare in esplorazione. Doveva venire a capo di quel mistero.

Se la Signorina Pegaso fosse tornata, le avrebbe detto che stava cercando un nuovo libro di narrativa. Tanto come poteva sapere che non leggeva ormai da un anno? A quel punto i sospetti di Monica si sarebbero rivelati fondati: la bibliotecaria era una vera e propria strega.

(Continua…)


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