Giulia Mazzoni

"Pensando al mio futuro mi sono chiesta:
cosa voglio fare nella vita?
La risposta è stata una: scrivere.
Ma da dove si comincia?
M'hanno detto di fare un blog!"

#IlRaccontoDelWeekend – Il mistero della biblioteca (Seconda Parte)

m'hanno detto di fare un blog (3)

 

Molti anni prima

 

Lorib correva a più non posso nel buio intermittente del temporale.

La pioggia ruvida lo colpiva in faccia annebbiandogli la vista, mentre i piedi ormai nudi solcavano il terreno fangoso.

Nella sua mano stringeva qualcosa di molto prezioso, qualcosa che doveva proteggere a tutti i costi.

In lontananza vide finalmente il castello e accelerò. Le gambe stavano per cedergli.

Dietro di sé gli scoppi e le urla erano sempre più vicini.

Non gli rimaneva molto tempo.

Si lanciò contro il portone azzurro e lo colpì ripetutamente.

Vi prego! Lasciatemi entrare”

Continuò a gridare e a tirare pugni, finché il portone non si aprì.

Davanti a lui c’era uno degli allievi.

“Presto Lorib, entra! Il Maestro ti aspetta”

Fradicio di pioggia e sudore salì la grande scala di pietra e corse verso la biblioteca.

Il Maestro, vedendolo in quelle condizioni, gli andò incontro e lo sorresse per le braccia.

L’hai portata Lorib?” gli chiese fissandolo negli occhi.

Sì Tenelis, l’ho portata”

Aprì la mano sporca e gli porse il piccolo pacchetto di stoffa.

Tenelis lo raccolse e con cura lo aprì.

L’antica chiave di bronzo era di nuovo al sicuro.

Non devi parlarne con nessuno Lorib. Dobbiamo proteggerla”

Lo giuro, su tutti i mondi conosciuti e sconosciuti”

 

Nessuno si era accorto che alle loro spalle, il giovane allievo li stava osservando da dietro la porta.

 

*

 

Iniziò a camminare tra gli scaffali, stando attenta a non fare il minimo rumore.

La paura le scandiva i passi che lenti si appoggiavano sul pavimento di linoleum.

Camminando a lato delle librerie, arrivò a metà del corridoio, tra la zona protetta e quella a rischio.

Si accorse di trovarsi proprio all’altezza della sezione dedicata ai libri per ragazzi, quei libri che l’avevano accompagnata per tutta la sua infanzia.

Di storie ne aveva lette così tante che a stento riusciva a ricordarle tutte. I suoi genitori avevano sempre avuto molto a cuore la sua istruzione e, entrambi per deformazione professionale, avevano cercato di farla avvicinare il più possibile alla letteratura.

Sua madre, in particolare, le aveva insegnato a leggere diversi anni prima dell’inizio della scuola e l’aveva sempre spronata a divorare un’enorme quantità di libri. Era una scrittrice affermata e a Mornio, cittadina famosa per i numerosi eventi letterari che ospitava, tutti la stimavano molto.

Suo padre, invece, mandava avanti la libreria che era sempre appartenuta alla sua famiglia. Si chiamava “La bottega delle pagine” e Monica aveva trascorso lì gran parte della sua infanzia.

Monica non aveva mai capito come mai tutta la sua famiglia fosse così ossessionata dalla lettura tanto da dedicarsi solo ad essa mattina, pomeriggio e sera. A Natale e per il compleanno i regali che riceveva avevano sempre delle pagine. E tutti le avevano riempito così tanto la testa di autori e opere letterarie che a dieci anni, con una mano sul cuore e l’altra su un libro di Roald Dahl, aveva giurato solennemente che non avrebbe letto mai più. A parte i libri di scuola, s’intende.

La sua famiglia le aveva rubato quell’infanzia che tutte le sue coetanee avevano avuto, fatta di giocattoli e spensieratezza. L’aveva capito in quinta elementare, dopo anni passati ad interrogarsi sul perché non avesse amici. Era per colpa dei libri che era sempre stata emarginata dagli altri bambini. Quando parlavano dell’ultima puntata di Scuole magiche, il cartone animato che tutti seguivano, lei non capiva nulla, perché una televisione in casa nemmeno ce l’aveva. I suoi erano troppo occupati a leggere per potersi ritagliare uno spazio davanti alla tv. Ma dentro di sé Monica aveva iniziato a desiderare qualcosa di più di uno scaffale di storie raccontate bene: voleva una vita normale. E solo tagliando i libri fuori dalla sua vita l’avrebbe avuta.

Questa sua rivendicazione aveva lasciato tutti di stucco, soprattutto suo nonno Walter che da anni, ad ogni pranzo o cena di famiglia, non faceva che parlare dell’importanza dei libri nel mondo.

Ma i suoi genitori non si arresero e, con la scusa che la scuola media era molto più difficile di quella elementare, decisero di rinchiuderla ogni giorno in biblioteca.

Per questo Monica si sentiva come una di quelle principesse relegate in una torre, solo che la sua prigione era un vero e proprio bunker.

 

*

 

Era un locale moderno, inaugurato pochi mesi prima, che era andato a sostituire la bellissima biblioteca antica in cui Monica aveva trascorso l’infanzia. Ricordava ancora i maestosi affreschi dipinti sul soffitto: erano fatti di libri, nuvole, maghi e principesse. Raccontavano una storia sempre diversa per chi, come lei, sapeva viaggiare con la fantasia, e bastava fermarsi un attimo a guardarli per restarne incantati.

Di quel posto le piaceva tutto: gli scaffali di legno intagliato, il profumo della carta, la luce calda delle lampade, i bibliotecari sempre gentili.

Si chiamavano Giulia e Filippo, e secondo Monica possedevano un dono speciale: anche se erano grandi, non avevano mai smesso di essere bambini. Quando le raccontavano una storia restava sempre ad ascoltarli incantata. Dentro di sé sentiva che quei racconti avevano il sapore delle storie antiche, quelle che il tempo non può intrappolare, nemmeno nelle pagine.

Ma un giorno quel posto meraviglioso era stato improvvisamente messo in manutenzione per “lavori straordinari”.

E la biblioteca – o almeno, una piccola parte di essa – era stata trasferita nello scantinato di un palazzo freddo e anonimo, subendo anche un repentino cambio di personale che nessuno si era ancora spiegato.

Giulia e Filippo erano spariti da un giorno all’altro, lasciando il posto alla tanto sconosciuta quanto odiosa Signorina Pegaso. A Monica quella sparizione non era mai tornata: era sicura che i suoi due amici l’avrebbero salutata prima di partire. Doveva essere successo qualcosa di molto brutto, invece. Qualcosa da cui i suoi genitori volevano tenerla fuori, ma che prima o poi avrebbe scoperto.

 

Con l’inizio della prima media erano iniziati i gruppi di studio nel nuovo bunker chiamato biblioteca.

Fin dalla prima volta che ci era stata, Monica aveva capito chiaramente che quello era un posto negativo, che non aveva niente a che fare con la magia colorata dei libri. Ogni volta che scendeva quella scala, un insieme tetro di sensazioni la assaliva e l’istinto era quello di voltarsi e tornare di corsa a casa.

Ma, ovviamente, non poteva parlare di questo ai suoi: l’avrebbero sicuramente presa come una scusa per non stare col naso sui libri.

In realtà Monica era brava a scuola. Aveva voti ottimi che attiravano l’antipatia dei suoi compagni come il miele con le api.

Aveva dodici anni, faceva la prima media e tutta la sua vita era un completo disastro.

 

*

 

Con il dito sfiorò le costole dei libri che l’avevano cresciuta, ricordando per ognuno un episodio buffo.

Pensò a quando aveva provato ad imitare Matilda, la bambina prodigio che risolveva calcoli difficili con la mente. Si era esercitata per un mese intero, con scarsi risultati. Se c’era una cosa che amava fare, non era certo recitare le tabelline.

Oppure quando aveva chiesto a Babbo Natale un amico di penna per poter scambiare lettere come facevano Susi e Paul.

E Mrs Doubfire, quanto l’aveva fatta ridere e commuovere! Anche lei avrebbe voluto un padre così bravo a mascherarsi. Ma, in fondo, il suo le andava bene così com’era.

Persa nei suoi ricordi, Monica non fece caso alla copia consunta di Harry Potter che nel buio di quella biblioteca asettica, stava lentamente cominciando a brillare.


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